In Sicilia il paradosso dell’acqua non è finito. Dopo mesi di piogge, gli invasi si sono finalmente riempiti. Ma proprio mentre la risorsa torna a farsi vedere, emerge con forza un’altra verità: una parte consistente di quell’acqua non può essere trattenuta o utilizzata come dovrebbe. Non perché non piova, ma perché molte dighe tra le 45 dell’isola lavorano con capacità ridotte, tra interramenti, limiti autorizzativi, esercizi sperimentali e problemi tecnici mai del tutto risolti.
I numeri ufficiali della Regione sono eloquenti. Al 1° gennaio 2026 nei 30 invasi monitorati c’erano 229,95 milioni di metri cubi; al 1° febbraio erano diventati 389,43 milioni. In un solo mese l’aumento è stato di 159,48 milioni di metri cubi, quasi il 69,4%. Dunque l’acqua c’è. Ma quel dato, come avverte la stessa Regione, è calcolato “al lordo”, e quindi non coincide automaticamente con la risorsa davvero disponibile. Questi dati in verità andrebbero aggiornati a distanza di un mese, ma le fonti ufficiali non sono così veloci nel correggere i numeri.
Il punto cruciale emerge dal monitoraggio giornaliero degli invasi ad uso potabile del 19 febbraio 2026. Nei 13 serbatoi censiti la capacità di progetto è pari a 430,6 milioni di metri cubi, ma quella autorizzata scende a 361,81 milioni: significa che 68,79 milioni di metri cubi di capacità teorica, circa il 16%, sono già fuori gioco prima ancora di parlare dell’acqua effettivamente presente. Nello stesso prospetto la Regione contabilizza inoltre 19,57 milioni di metri cubi di interramento già misurato.
Ecco perché sarebbe sbagliato dire semplicemente che “le dighe sono piene”. Più corretto è dire che gli invasi siciliani si sono riempiti, ma non riescono a sfruttare fino in fondo la propria capacità. In alcuni casi la differenza tra volume teorico e volume autorizzato è impressionante.
Il caso più clamoroso è forse quello della diga Trinità, nel Trapanese. Nelle tabelle regionali la capacità totale dell’invaso è indicata in 18 milioni di metri cubi, ma il volume autorizzato è appena 2.496.056 metri cubi: poco meno del 14% della capacità nominale. Il 19 gennaio 2026 l’invaso conteneva già 2.480.677 metri cubi, cioè il 99,4% del volume autorizzato. In altre parole: non era “piena” rispetto alla sua potenzialità originaria, ma era quasi satura rispetto a ciò che oggi le è consentito trattenere.
C’è poi la diga Gorgo. Il progetto di gestione dell’invaso, redatto per la Regione, dice con chiarezza che la diga non ha acquisito il collaudo ex art. 14 ed è tuttora in esercizio sperimentale, iniziato nel 1969, con una limitazione d’invaso imposta a quota 66,50 metri sul livello del mare. Anche qui i numeri parlano da soli: nel monitoraggio regionale la capacità nominale è 3,41 milioni di metri cubi, ma quella autorizzata è 1,308 milioni, appena il 38,4%.
Un altro esempio è la diga Arancio, in provincia di Agrigento, tra le più assetate dell’isola. Nel progetto di gestione si legge che l’invaso è soggetto a limitazione per l’inadeguato funzionamento delle paratoie dello scarico di superficie, con una riduzione del volume accumulabile di circa 10 milioni di metri cubi. Nel monitoraggio del 19 febbraio 2026 la capacità di progetto è indicata in 34,8 milioni di metri cubi, mentre il volume autorizzato si ferma a 21,912 milioni. Qui non c’entra un mancato collaudo: c’entrano opere che non funzionano come dovrebbero e che riducono in modo drastico la capacità utile.
Anche la diga Olivo mostra quanto il problema sia strutturale. In una scheda tecnica regionale si parla di “consistente interrimento” dell’invaso e si specifica che la diga è in esercizio sperimentale con quota autorizzata a 439 metri sul livello del mare. Nel monitoraggio del 19 febbraio 2026 la capacità di progetto risulta pari a 15 milioni di metri cubi, ma il volume autorizzato è di 4.900.118 metri cubi. Anche qui, meno di un terzo della capacità teorica è davvero disponibile.
Il nodo, quindi, non è uno solo. Non ci sono soltanto dighe senza collaudo definitivo. Ci sono anche invasi collaudati ma limitati da problemi tecnici, serbatoi interrati, curve d’invaso da aggiornare e capacità ridotte per ragioni di sicurezza. Lo stesso monitoraggio potabile del 19 febbraio segnala, per esempio, che per Garcia la curva d’invaso è ancora in aggiornamento da parte del gestore.
E qui serve un’altra precisazione importante. Quando una diga rilascia acqua, non significa automaticamente che la stia “sprecando”. Il caso della diga Castello lo dimostra bene: secondo una nota ufficiale rilanciata dal portale regionale Terrà, le piogge dell’ultimo mese hanno portato circa 12 milioni di metri cubi in ingresso al serbatoio; raggiunta la massima quota autorizzata, è stato avviato per sicurezza un rilascio di circa 2 metri cubi al secondo. La stessa nota chiarisce però che la priorità è convogliare l’acqua verso serbatoi irrigui e laghetti artificiali, e solo in ultima istanza scaricarla a mare.
Il vero scandalo, allora, non è soltanto l’acqua che esce. È l’acqua che non si riesce a trattenere bene quando finalmente arriva. È il fatto che, in una Regione ciclicamente colpita dalla siccità, una parte della capacità degli invasi resti bloccata da ritardi, manutenzioni mancate, interramenti e limiti di esercizio. La Sicilia non soffre solo per mancanza di pioggia. Soffre anche perché una parte delle sue opere idrauliche non è nelle condizioni di fare fino in fondo il proprio mestiere.