Quando pensiamo alle oasi nel deserto siamo spesso prigionieri di luoghi comuni. Ci immaginiamo i laghetti tra le dune, le palme da cartolina che spuntano spontaneamente nelle immense distese aride. Nella nostra fantasia le oasi si riducono a regali della natura, elementi spontanei e casuali. In realtà, queste incredibili isole verdi tra le sabbie sono il risultato di un progetto raffinato, di una geniale organizzazione dello spazio e delle risorse idriche. Un’opera straordinaria realizzata dall’uomo, rinnovando tradizioni e conoscenze antiche.

Pietro Laureano, 49 anni, architetto e consulente dell’Unesco, ha trascorso anni nel Sahara, dove ha condotto numerosi studi sulle tecniche utilizzate per la creazione e la difesa di queste isole tra le sabbie: «Nelle oasi – spiega – nulla è dovuto al caso: l’acqua necessaria alla vita e alle coltivazioni, ad esempio, non scaturisce liberamente da sorgenti, ma è una risorsa prodotta con fatica e controllata con rigore».

Un sistema idrico antico, chiamato foggara, qanat o qettara a seconda delle aree geografiche, efficiente e sostenibile che la Comunità internazionale intende recuperare e sviluppare, per salvaguardare il paesaggio e ottenere acqua rinnovabile, laddove si soffre maggiormente la sete. Grazie al Progetto Internazionale Foggara, finanziato dalla Commissione Europea – Direzione Generale Ricerca – Inco-Med Programme, con poco più di un milione di euro, si stanno recuperando le gallerie drenanti, sistemi idrici tradizionali che rischiavano di sparire travolti dalla modernità.

«Quando ero nelle oasi, gli ingegneri dicevano che tutte le canalizzazioni tradizionali dovevano essere sostituite da tubi di cemento. Ma gli abitanti non volevano usare quelle canalette per motivi religiosi e simbolici», racconta Laureano. E hanno avuto ragione. Perché l’acqua che si disperde con l’evaporazione è utile al mantenimento del microclima: sotto le palme c’è il 90 per cento di umidità, nel deserto circostante dal 2 al 4 per cento. Per fortuna nell’oasi di Timimoun sta vincendo la tradizione. Mentre il modernismo ha rischiato di distruggere questo paradiso. «Sono stati scavati pozzi trivellati a grande profondità», racconta Laureano, «che hanno prosciugato la grande foggara centrale e hanno provocato quasi una rivolta». Oggi, grazie all’impegno della Comunità internazionale e al lavoro gratuito della popolazione locale, l’acqua è ritornata a scorrere nelle grande foggara.

 

Di Giuseppe Altamore

Giornalista e saggista italiano, direttore del mensile Benessere. La salute con l'anima

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