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La crisi idrica globale

Guerre dell’acqua: un’espressione suggestiva, una formula giornalistica che evoca scenari apocalittici, moltitudini assetate ed eserciti che si fronteggiano fino all’ultima goccia. Ma che cosa c’è di vero? Che cosa s’intende esattamente quando si parla di conflitti legati alla crisi idrica? Tutto parte da una considerazione apparentemente semplice: la scarsità d’acqua in rapporto all’uso crescente e alla popolazione mondiale che aumenta.
Per comprendere la gravità del problema, basta menzionare alcuni dati stilati dal Rapporto sullo Sviluppo Umano 2006 del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), presentato il 9 novembre 2006 a Città del Capo, in Sudafrica, dal titolo: “Al di là della scarsità: il potere, la povertà e la crisi idrica globale”. Se nel 1950, 20 milioni di persone erano prive di acqua potabile, nel 2006 ammontano a 1,6 miliardi mentre 2,6 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igenico-sanitari adeguati. Il risultato è che ogni anno muoiono di diarrea 1,8 milioni di bambini, una cifra che fa di questa malattia la seconda maggiore causa di mortalità infantile a livello globale. Un problema che tocca essenzialmente Paesi poveri o in via di sviluppo e rappresenta una delle maggiori cause del divario tra nord e sud del mondo.
La Banca mondiale ha calcolato, recentemente, che l'acqua di 263 bacini fluviali (dal Nilo al Mekong) è uno dei principali fattori di crisi, fino allo scoppio di possibili conflitti bellici. Questi bacini coprono il 45 per cento delle terre emerse e ospitano il 40 per cento della popolazione mondiale. E’ evidente che qualunque decisione assunta da un solo Paese può avere pesanti ripercussioni su uno Stato vicino. Finora non sono scoppiate delle vere e proprie guerre, ma le tensioni in queste aree sono in aumento e il futuro è ancora più inquietante: la domanda di acqua, infatti, raddoppia ogni ventuno anni e le risorse idriche mondiali vengono sfruttate oltre ogni limite di sostenibilità.
Le risorse idriche diventano quindi sempre più preziose e l’oro blu è ormai un efficace strumento di pressione, soprattutto dove scarseggia. Emanuele Fantini, esperto di cooperazione internazionale, parla di idropolitica, vale a dire l’insieme di rapporti, spesso conflittuali, che si vengono a creare tra gli Stati che condividono lo stesso bacino idrico.
“Nonostante questi scenari”, afferma Fantini, “la storia dimostra che alla fine prevale la cooperazione piuttosto che il conflitto. Dall’805 al 1984 sono stati stipulati più di 3.600 trattati internazionali in materia di gestione delle risorse idriche”. Non solo. Una ricerca dimostra che negli ultimi 50 anni sono stati siglati 157 trattati di cooperazione. Ma questi dati non possono rassicurarci più di tanto.
Oltre cinquanta guerre “dimenticate” nel mondo possono essere amplificate da una crisi idrica mai conosciuta dall’umanità. Ci muoviamo in uno scenario internazionale dove un terzo della popolazione è senza acqua.

Nelle aree dove alla scarsità si sommano forti tensioni territoriali, il quadro geopolitico è ancora più complicato. Fin dalla nascita dello Stato di Israele, nel 1948, l’acqua ha rappresentato un fattore di scontro. Tanto che lo stesso fondatore dell’Eretz Israel, David Ben Gurion, affermò: “Stiamo portando avanti una guerra dell’acqua con gli arabi. Il futuro dello Stato ebraico dipende dal risultato di questa battaglia”.
Nel 1953, Dwight David Eisenhower, generale e uomo politico, trentaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America dal 1953 al 1961, riconobbe l’importanza vitale della questione idrica in Medioriente, quando inviò l’ambasciatore Eric Johnston come suo rappresentante personale per negoziare la spartizione delle acque del bacino del Giordano, il fiume biblico che marca il confine tra il mondo arabo e Israele. Nel 1955 venne raggiunto un accordo, mai ratificato, tra Israele e i Paesi rivieraschi della Valle del Giordano (Giordania, Territori Palestinesi, Siria, Libano), con il quale vennero ripartite de facto le risorse idriche. Tale accordo, passato alla storia come il Johnston Plan e anche conosciuto come The Unified Plan, fu il primo coinvolgimento diplomatico statunitense nella questione idrica mediorientale.
La “guerra” dell’acqua tra Israele e Siria è iniziata proprio nel 1948 ed è ancora in corso: il negoziato ruota intorno all’importanza strategica delle Alture del Golan, l’area, occupata da Israele con la guerra dei sei giorni del giugno 1967, è una zona che racchiude un 1/3 delle risorse idriche dello Stato ebraico. Durante la guerra dei sei giorni, il cantiere edile costruito per la deviazione in Siria del fiume Banias, uno dei maggiori affluenti del Giordano, fu il primo obiettivo bombardato dall’esercito con la stella di David.
Altro fiume conteso e lo Yarmuk, che dopo essersi formato in territorio siriano, segna il confine tra la Giordania e la Siria per poi rilasciare le sue acque in Israele, terminando la sua corsa nel Lago Tiberiade. Anche questo corso è entrato nella storia delle guerre dell’acqua quando, nel 1965, gli israeliani hanno bombardato il cantiere di una diga in territorio giordano.
Tutto il bacino idrografico del Giordano è un concentrato di tutte le problematiche legate al conflitto arabo-israeliano. La tentazione di utilizzare l'acqua per scopi militari e politici si è così spesso rivelata irresistibile. I Paesi del bacino hanno alti tassi di crescita demografica, oscillanti tra il 2,2, e il 3,8 per cento. Una crescita che esercita una forte pressione sulla già limitata disponibilità idrica, attraverso l'aumento dei consumi.
"Due terzi dei paesi arabi dispongono di meno di 1.000 metri cubi d'acqua per abitante all'anno, considerata la soglia di penuria", spiega un rapporto della Lega araba. A 500 metri cubi la situazione diventa critica e a meno di 100 occorre far uso di fonti non convenzionali, come la desalinizzazione o il riciclaggio delle acque reflue. I Paesi del Golfo, la Giordania, Israele e la Palestina si trovano già in questi due ultimi gruppi.

Gnosis, la rivista italiana di intelligence, ha dedicato più di un articolo alla questione strategica legata alle risorse idriche e in particolare al Medio Oriente. La desalinazione, cui dovranno puntare un po' tutti i Paesi arabi, è un sistema piuttosto costoso, scrivono i nostri servizi segreti. Il prezzo al metro cubo si aggira da 1 a 1,9 dollari, ma con la distribuzione si arriva a 2,5 dollari. Nelle monarchie del golfo, il sistema è agevolato dal basso costo energetico. Al ritmo dell'attuale crescita demografica, si ritiene che una quota crescente delle entrate petrolifere andranno alla desalinizzazione. Alla scarsità si somma quindi una questione economica gigantesca.
Sul piano politico tutto è complicato dal fatto che buona parte delle risorse idriche (circa l'85 per cento) ha origine nei Paesi vicini (Etiopia, Turchia, Guinea, Iran, Senegal, Kenya, Uganda e Zaire). I Paesi arabi sono cioè a valle del bacino fluviale e quindi più vulnerabili. La situazione delle falde sotto questo aspetto è migliore, ma nulla esclude possibili attriti, come nel caso del Great Man-Made River libico (il grande fiume artificiale) del costo di almeno 25 miliardi di dollari, che attinge da una grande falda fossile condivisa tra Libia, Ciad, Sudan ed Egitto.
Non è sorprendente quindi che il problema delle acque transnazionali abbia attirato l'attenzione delle istituzioni internazionali almeno dagli anni Settanta. I risultati, però, sono stati scarsi, poiché si tratta di indicazioni che devono essere accettate dalle parti in causa, come le raccomandazioni dell'International Law Association di Helsinki, e il Draft Treaty Concerning Transboundary Groundwater siglato a Bellagio (Como) nel 1988. Tutto è lasciato dunque agli accordi bilaterali e multilaterali che il più delle volte sono provvisori.
Positiva è stata a suo tempo la soluzione trovata per il bacino del Senegal che interessa, oltre al Senegal, il Mali, la Guinea e la Mauritania. Gli accordi di Bamako nel 1963 e Dakar nel 1964 hanno portato alla costituzione di un "consiglio" ministeriale, ma non sono mancate complicazioni e forti tensioni.
Il bacino del Nilo a sua volta interessa: Etiopia, Sudan, Egitto - i Paesi più interessati - e inoltre Eritrea, Uganda, Kenya, Tanzania, Ruanda, Burundi e Zaire. La questione delle sorgenti del Nilo interessò la diplomazia europea già nell'800 con gli accordi di Berlino nel 1884.
Più complessa è la situazione dei grandi fiumi mesopotamici, il Tigri e l'Eufrate, che nascono in Turchia per congiungersi a Qurna, 140 chilometri dal Golfo formando lo Shatt al-Arab nel quale si riversa anche il Karun all'altezza del Khurramshahr, fornendo così all'Iran un ulteriore motivo per la sua eterna controversia con l'Iraq.
L’anno di svolta in questa area è il 1977, quando ad Ankara il Governo decise di avviare una serie di progetti per la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche che furono racchiuse in un unico programma di sviluppo regionale denominato “Gap” (acronimo in lingua turca che sta per “Progetto dell’Anatolia Sud-Orientale”).
L’importanza che la Turchia ha attribuito al progetto Gap deriva, in particolare, dalla determinazione e dalla lungimiranza di due grandi personalità. Il primo è Suleyman Demirel, influente uomo politico di lungo corso, presidente della Repubblica dal 1993 al 2000, ingegnere idraulico, che divenne direttore del Dsi nel 1955, guadagnandosi ben presto l’appellativo di “Re delle Dighe”. Demirel fu nominato primo ministro nel 1965 e proprio in quel periodo vennero studiati ed elaborati i primi piani del progetto Gap. L’altra figura politica preminente è Turgut Ozal (primo ministro e presidente della Repubblica fino al 1993), un tecnocrate che ha curato i delicati rapporti con la Banca Mondiale implicata nei finanziamenti del progetto Gap. Quando il 29 novembre del 1989, la Turchia ha annunciato ai Paesi vicini l’interruzione totale del corso dell’Eufrate per un mese (dal 13 gennaio al 13 febbraio del 1990), allo scopo di riempire il grande invaso creato dalla diga di Ataturk, la crisi nei rapporti con la Siria e l’Iraq ha toccato il suo punto più alto.
Il problema fondamentale dei fiumi del Medio Oriente riguarda proprio il loro status di fiumi internazionali fortemente contesi. Tanto che l’ex-segretario generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali, durante il suo mandato aveva lanciato un monito dichiarando che le prossime guerre in Medio Oriente potranno essere combattute per l’acqua.
L’ex presidente turco, Turgut Ozal, per dimostrare la disponibilità del suo Paese, aveva avviato nel 1986 lo studio di un progetto denominato “Acquedotto della Pace (Water-pipe for Peace), per rifornire Siria, Giordania, Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo, con un flusso giornaliero di 6 milioni di metri cubi di acqua provenienti dai fiumi Seyhan e Ceyhan. Il progetto prevedeva la costruzione di due acquedotti: uno (western pipeline) di 2.700 chilometri che avrebbe attraversato la Siria, le Alture del Golan e la Giordania per alimentare in Arabia Saudita le città di Tabouk, Medina, Mecca e Gedda, l’altro (Gulf pipeline) di 3.900 chilometri che avrebbe rifornito altre aree dell’Arabia Saudita, del Kuwait, del Barhain, degli Emirati Arabi, del Qatar e dell’Oman. Nel corso dei primi contatti diplomatici, avvenuti nel 1988, sono emerse le riserve da parte dei Paesi del Golfo, non disposti ad accettare la dipendenza per una risorsa strategica di tale importanza e anche per gli alti costi di gestione, nettamente superiori al costo della dissalazione.

Spostandoci in un altro continente, le contese attorno all’oro blu sono altrettanto aspre. Nella primavera del 2000, la Bolivia ha affrontato il suo sesto stato d’assedio da quando, nel 1982, il Paese è tornato alla democrazia. Ma questa volta la rivolta è divampata dopo l’annuncio dell’aumento del prezzo dell’acqua potabile del 400 per cento. Alcuni mesi prima, il Governo aveva deciso la privatizzazione del servizio idrico, prima gestito da cooperative che scavavano i pozzi e distribuivano l’acqua a prezzi popolari: 1,5 dollari per metro cubo. Con la privatizzazione, ad aggiudicarsi l’appalto per la distribuzione dell’acqua è la multinazionale Agua del Tunari (un consorzio formato dall’inglese International Water Limited, dall’italiana Edison, dalla statunitense Bechtel Enterprise Holding, dalla spagnola Abengoa con la partecipazione anche di imprenditori locali) che, con un capitale sociale di 8.000 dollari avrebbe dovuto gestire un servizio del valore di 200 milioni di dollari.
La rivolta, durata sei giorni, ha causato morti e feriti. Alla fine, l’annuncio del Prefetto: il Governo ha annullato il contratto con l’impresa multinazionale Agua del Tunari”.
La protesta si è riaccesa cinque anni dopo a El Alto, la quarta città boliviana non lontana da La Paz. All’inizio del 2005, movimenti sociali e sindacali hanno cominciato uno sciopero generale a tempo indeterminato. L’obiettivo principale della protesta era la rescissione del contratto con Aguas de Illimani, filiale della società francese Suez lyonnaise des eaux. In campo anche il Movimento per il socialismo (Mas), principale partito di opposizione, che chiede pure la nazionalizzazione dei giacimenti di idrocarburi. Santa Cruz, la più importante città dal punto di vista economico della Bolivia, è rimasta paralizzata per lo sciopero generale e anche nella capitale La Paz un ingente numero di dimostranti ha occupato pacificamente la sede centrale di Aguas de Illimani. Alla testa di quella che gli indios hanno definito guerra dell'acqua c’era Evo Morales, leader del Mas, che qualche mese più tardi ha vinto largamente le elezioni politiche, diventando il primo presidente indio dell’America latina.
Più a Sud, in Argentina nel mirino della popolazione è finita ancora una volta la multinazionale dei servizi idrici. A Buenos Aires e in 13 altre città nella provincia di Santa Fè, i contratti delle compagnie legate alla Suez lyonnaise des eaux hanno causato delle vere e proprie rivolte sociali. Nella capitale, gruppi di cittadini hanno chiesto la rottura del contratto, sulla base della constatazione che Aguas Argentinas, principale azionista Suez, non realizza i lavori di estensione della rete indispensabile per migliorare il servizio.
Secondo Alberto Muñoz, dell’Union de usuarios y consumidores di Rosario, l'insufficienza di investimenti ha aggravato alcuni problemi a livello soprattutto di inquinamento dell’acqua distribuita. Suez dal canto suo ha minacciato il governo con azioni giudiziali che prevedono, in caso di rottura del contratto, la richiesta di milioni di dollari davanti alla Corte internazionale di regolamento delle dispute della Banca Mondiale. Una controversia che ha coinvolto perfino le diplomazie di Francia, Paese della Suez, e Argentina. Fino al punto che l'ambasciatore francese, Francis Lott, ha dichiarato che il presidente argentino Nestor Kirchner applica una politica ''populista''. Così, nel settembre del 2005, Parigi ha chiesto al Paese latinoamericano di “rispettare gli interessi” di Suez, gruppo che dopo le proteste ha deciso di ritirarsi dal mercato dell'acqua a Buenos Aires, ”per non scoraggiare gli investimenti esteri nel Paese”. In realtà, il gruppo francese si è ritirato dopo che non è riuscito a ottenere dalle autorità locali il via libera a un aumento delle tariffe per compensare gli effetti della svalutazione del peso nel 2002 e l'inflazione che ne era seguita.
Tutta la vicenda si è poi complicata nel marzo del 2006, quando il presidente Kirchner ha deciso di rinazionalizzare i servizi idrici della
capitale e dei suoi popolosi dintorni (11 milioni di utenti),
rescindendo il contratto di concessione ottenuto nel 1983 per 30
anni da Aguas Argentinas, controllata dalla Suez. Mentre Parigi dichiarava “guerra” al Paese latinoamericano reclamando il pagamento di 1,7 miliardi di dollari a titolo di indennizzo per le perdite sofferte dalla multinazionale francese.
Dura la replica di Kircher: “Con tutto il rispetto per il popolo francese per la Francia e per il presidente Jacquec Chirac, sia ben chiaro che io non sono disposto a ricevere la visita di un capo di Stato o a tranquillizzare un ministro degli Esteri per permettere che si inquini l'acqua, ponendo a rischio la salute degli argentini”.
E’ un netto riferimento alla rescissione del contratto con Suez, perché accusata di non aver effettuato gli investimenti necessari per far sì che l'acqua fornita non contenesse nitrati in percentuale ritenuta ad alto rischio. Da notare che la cacciata della Suez è stata approvata da tutte le forze politiche, mentre è stata avviata la creazione di un'impresa statale tra gli applausi di tutti i dipendenti di Aguas Argentinas.
Dall’America all’Africa all’Asia: sono innumerevoli le fonti di conflitto tra Stati e con le corporation che hanno messo le mani sui servizi idrici di centinaia di Paesi. Ma la partita è ancora tutta da giocare, anche in Italia, dove la privatizzazione procede tra polemiche, proteste e alchimie finanziarie. Una “guerra” generalizzata per l’oro blu che si combatte, per il momento, soprattutto a livello finanziario ed economico, ma fino a quando?
“D'altra parte, la privatizzazione del settore può risultare destabilizzante, accentuando i già gravi scompensi sociali a tutto vantaggio dei movimenti estremisti”, ci ricorda il Sisde con un articolo pubblicato sulla rivista Gnosis. “Ricordiamo che per il diritto islamico l'acqua è un bene comune. Naturalmente, esiste l'alternativa della pace assicurata con la forza, con Turchia, Israele ed Egitto, trasformati in una sorta di guardiani delle risorse idriche regionali. Una soluzione, però, alquanto pericolosa per i paesi deboli che bene o male dovrebbero subire il ricatto militare dei più forti, due dei quali, Egitto e Turchia, potrebbero fare la stessa fine dell'Iran dello shah, già guardiano del petrolio del Golfo”, puntualizzano i nostri servizi segreti.
Giuseppe Altamore