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Le "guerre" dell'acqua sull'Appennino

Questa è la storia della corsa all’oro blu, l’elemento naturale alla base della vita capace di generare un giro d’affari mondiale di 80 miliardi di dollari e solo in Italia di circa tre miliardi di dollari. Stiamo parlando solo dell’acqua imbottigliata, perché i servizi idrici raggiungono addirittura quota 400 miliardi di dollari. Acqua e denaro: un binomio inscindibile, come dimostra questa storia.  Siamo al confine tra Abruzzo e Marche, un angolo di terra stretto tra la montagna e il mare. Zona depressa, tanto da essere stata inserita tra le aree tutelate della Cassa per il Mezzogiorno. Geograficamente non è Sud, ma l’economia agropastorale e il dialetto fanno pensare più all’Abruzzo che a una Regione del Centro con distretti industriali all’avanguardia. Unica vera ricchezza, da sempre, è l’acqua. Siamo nel regno della Sibilla e qui è scoppiata una strana "guerra" dell’acqua, con sindaci e altri amministratori locali che si contendono una ricchezza conosciuta fin dall’antichità. Nell’antro misterioso della montagna nascono generose sorgenti che alimentano fiumi impetuosi che convergono nella valle del Tronto. Acque cristalline e di grande qualità, che fanno gola a molti. E in tempi di bollicine, particelle di sodio parlanti, miracolose acque "zero calorie" che fanno pin, pin a qualcuno non è sfuggita l’idea di poter imbottigliare ciò che madre natura fornisce gratuitamente per piazzarlo nei supermercati con una bella etichetta, "Monti azzurri", e magari uno spot animato da Pippo Baudo. Ad annusare l’affare però questa volta non è la solita multinazionale di turno, ma il Ciip Spa, ossia il vecchio Consorzio idrico (il gestore dell’acquedotto) diventato nel frattempo una società di capitali, i cui azionisti non sono Paperon de’ Paperoni,  ma i Comuni della Provincia di Ascoli Piceno.
La fabbrica dell’acqua per catturare quella ricchezza, con tanto di finanziamento pubblico (due milioni di euro), con la relativa concessione a sfruttare una fonte dei Sibillini, sembrava quasi fatta. Tanto che ad Arquata del Tronto, i 1.500 residenti dispersi in 13 frazioni addossate alle falde del Monte Vettore, erano pronti a festeggiare. Una ventina di posti di lavoro, venti famiglie da sfamare grazie alla vendita dell’acqua imbottigliata in un moderno stabilimento è una bella speranza di benessere. «A gelare le aspettative degli abitanti è stato il presidente della Provincia di Ascoli Piceno», racconta Guido Castelli, consigliere regionale di Alleanza nazionale nel 2005. «La conferenza dei servizi del 9 settembre 2004 aveva dato il via libera, si potevano incominciare i lavori, ma a questo punto è iniziata la battaglia tra Orazi e Curiazi sui giornali locali, tra favorevoli e contrari». Con Massimo Rossi, avvocato, presidente della Provincia, da pochi mesi eletto nelle liste di Rifondazione comunista, esponente del Contratto mondiale dell’acqua, che lancia un interessante dibattito: «È giusto imbottigliare e commercializzare l’acqua, un bene comune? E ancora, è giusto avviare il progetto prima di aver avuto una valutazione tecnica dell’Autorità di bacino, quando lo stesso Ciip (ex Consorzio idrico intercomunale) ha ammesso che ci possono essere problemi in caso di emergenza idrica?». Infatti, dai rubinetti degli abitanti di Ascoli Piceno sgorga la stessa acqua che finirebbe in bottiglia e in caso di siccità, potrebbero esserci problemi di approvvigionamento.
La “guerra” va avanti per mesi, alimentata dalle colorite apparizioni di Aleandro Petrucci, 59 anni, sanguigno sindaco di Arquata del Tronto, che vuole a ogni costo quella fabbrica, vista come una gallina dalle uova d’oro. Grandi Baffi, corporatura robusta, mani incallite, Petrucci parla in un italiano infarcito di dialetto improvvisando pittoreschi comizi. Durante un consiglio provinciale aperto arriva perfino a incatenarsi: chiede il rispetto dei tempi, in modo da non perdere i finanziamenti e minaccia di assediare il Palazzo del presidente “con pecore e ciucci”. Mentre la Provincia sospende tutte le autorizzazioni richieste per lo sfruttamento delle acque. Scende in campo pure il sindacato, ma diviso: da una parte la Cisl favorevole alla fabbrica dell’acqua, dall’altra la Cgil contraria. La controversia coinvolge anche le associazioni ambientaliste, e perfino il Cai (Club alpino italiano), che difende sorgenti e laghetti di montagna. «Tentativi di accaparrarsi l’acqua dei Monti Sibillini ce ne sono stati anche nel passato», racconta Luciano Carosi, ex direttore tecnico del Consorzio idrico del Piceno. «Perfino Giuseppe Ciarrapico (noto imprenditore del settore, nda.), nel 1988, ci aveva provato». Ma in fondo che male c’è a imbottigliare l’acqua di una piccola sorgente (circa 10 litri/secondo)? Perché gli abitanti di un paesino arroccato sui Monti Sibillini si scaldano così tanto e un presidente della Provincia fa di tutto per impedire il commercio di quell’acqua che da sempre scorre nelle forre dell’Appennino marchigiano?
«È vero che la sorgente si perde nel Tronto, ma se si apre questa breccia molte altre società sono pronte a prendersi la nostra acqua», dice William Scalabroni, anziano presidente del Cai di Ascoli Piceno. «Ci sarebbe già un’altra impresa che ha avanzato pretese sulla fonte Gelata». Acqua di tutti che grazie a un’etichetta diventa un prodotto, un bibita come tante capace di generare un sostanzioso profitto. Ma quanto guadagna invece la pubblica amministrazione? Poco, molto poco.
Le attuali concessioni di acque minerali e termali in tutta la provincia coprono un’estensione di 233,23 ettari. Le sei concessioni fruttano all’erario appena 7.609,16 euro all’anno. «Una somma che non basta nemmeno a coprire le spese del personale addetto ai controlli», dicono in Provincia. L’acqua “Monti azzurri” non esiste ancora e non si sa se e quando apparirà sullo scaffale del supermercato; mentre la storia prosegue tra duelli politici e sogni a dir poco effervescenti.
Nell’età dell’oro blu, nell’Italia del primato europeo del consumo di acqua minerale (185 litri a testa all’anno), sembra una storia di ordinaria follia contemporanea. In un Paese che vanta un discreto patrimonio idrico, circa 47 chilometri cubi l’anno, più o meno la capacità del lago di Garda,  e una qualità al rubinetto da far invidia a tante acque imbottigliate, il grande successo dell’acqua minerale appare strano.  
Spostiamoci al di là dei Sibillini, in quel di Perugia, precisamente a Gualdo Tadino, patria della Rocchetta, resa famosa da un passerotto irriverente e dal calciatore Alessandro Del Piero. Qui si combatte da anni un’altra “guerra”, ma questa volta sono gli abitanti che non vogliono l’ampliamento della fabbrica dell’acqua. Cittadini organizzati nel Comitato Rio Fergia nato all’inizio degli anni ’90, quando la Regione ha deliberato di aumentare i prelievi alle sorgenti del rio Fergia nella zona di Boschetto per alimentare gli acquedotti della valle Umbra sud. Per due anni, il Comitato ha occupato la sorgente. Un battaglia tenace premiata con  la firma di un protocollo d’intesa, il 10 febbraio 1993, tra la Regione Umbria, i Comuni di Gualdo Tadino e Nocera Umbra e il Comitato in rappresentanza della popolazione.
Passato qualche anno, la guerra dell’acqua si riaccende, questa volta contro la Rocchetta che ha richiesto alla Provincia di Perugia la concessione di 20 litri al secondo per dissetare un mercato in crescita. Ma ecco che l’Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale) ipotizza che il permesso di ricerca avviato dalla società Rocchetta ricada nel bacino di alimentazione della sorgente Boschetto e potrebbe interferire, nei mesi tardo estivi, ovvero durante le minime portate annuali, sui deflussi del Rio Fergia. Il Comitato insorge, organizza assemblee pubbliche, raccoglie prove sulla volontà della Rocchetta di voler a ogni costo accaparrarsi l’acqua della zona costringendo il Comune di Gualdo Tadino a rinunciare addirittura  ai suoi 8 litri al secondo previsti dal protocollo del ’93.
La disputa si colora anche di politica con la discesa in campo di leader politici nazionali. Quell’acqua che sgorga pura dagli anfratti calcarei dei Sibillini e che accende gli animi è un’altra metafora dell’oro blu. Un’acqua che se zampilla dai rubinetti costa meno di un euro al metrocubo (1.000 litri!), e quando finisce in una bottiglia di Pet diventa “oro”. Pensate che stia esagerando? Bene, proviamo a fare un po’ di conti.
Nella primavera del 2004, la Corte dei conti del Piemonte ha finalmente
squarciato il velo sul "mistero" delle concessioni minerarie per l'estrazione del prezioso oro blu. Le ottanta pagine del dossier dovrebbero far riflettere molti amministratori pubblici alle prese con i tagli ai bilanci: sono le Province a incassare i magri canoni di concessione delle fonti. La Provincia di Cuneo, per esempio, è particolarmente ricca di sorgenti, alcune delle quali sono sfruttate da multinazionali come la Nestlè. Un esempio: per la concesssione Ulmeta, accordata alla San Bernardo (durata 20 anni) estesa su un'area di 67 ettari, la Nestlè versa nelle casse della Provincia di Cuneo meno del canone d'affitto di un box nel centro di Alba: 2528,28 euro all'anno. Ancora meno si paga per la concessione Rocca degli Uccelli: 304,28 euro. E prezzi stracciati per i permessi di ricerca. Nel 1999 è stato accordato un permesso alla San Pellegrino (Nestlé) su un'area di 142 ettari nella zona di Mindino per 110 euro l'anno, il costo di una pizza tra amici.

La Corte dei conti lamenta la mancata collaborazione di molte Province nel
fornire i dati, con la sola eccezione di quella di Biella che ha fatto piena
luce sui costi sostenuti per gestire contabilità e controlli. La sola
attività di vigilanza di tre concessioni e di due permessi di ricerca è
costata all'amministrazione provinciale un totale di 17.642 euro annui,
contro gli 8.625 euro introitati come canoni di concessione e di ricerca. Basta pensare che l'attività di polizia mineraria, svolta da un geologo e un ingegnere minerario costa 12.889 euro l'anno.

Difficile riscontrare simili comportamenti generosi della pubblica
amministrazione in tanti servizi di prima necessità rivolti ai cittadini: la retta di un asilo nido a Milano può costare molto di più di un permesso di ricerca. Qualcosa non quadra, evidentemente.  Alle multinazionali, per esempio, è richiesto un diritto di ricerca che rasenta il ridicolo: 2,32 euro a ettaro. Per la concessione vera e propria, si paga 20,65 euro a ettaro, ma se si tratta di acque termali si applica il
forfait: 774,68 euro. E non finisce qui. Nel 2001, la Regione Piemonte, ha
approvato la graduatoria per la concessione di contributi alle aziende di
acque minerali e termali per un impegno di spesa di lire 9.407.216.776 da
rimborsare in cinque anni e senza interessi; contributi, si legge nella
relazione, "a favore di interventi per lo sviluppo dell'offerta turistica".

Insomma, al danno si aggiunge la beffa, nonostante una vecchia legge del
1927 preveda la partecipazione dello Stato agli utili delle aziende che
imbottigliano. Ma qualcosa sta cambiando, dopo che la Lombardia ha introdotto nel 2002 delle royalty più o meno equivalenti a una vecchia lira a litro, a seguito di una lunga battaglia legale giunta fino in Corte costituzionale. Anche la Regione Veneto, con la Finanziaria del 2003, ha introdotto un criterio simile.

Mentre i produttori pagano l'acqua 0.02 lire al litro (che non ha senso convertire in euro), la Lombardia per smaltire le bottiglie di plastica spende 20-25 milioni di euro all’anno. Continuando con i numeri, è utile fare un confronto con i costi della confezione. Secondo un calcolo di Legambiente, la colla usata per attaccare l’etichetta costa di più dell’acqua. Vediamo per curiosità quanto incide il resto. La bottiglia di plastica (chiamata preforma) può costare 5  centesimi di euro; il tappo meno di un centesimo così come l'etichetta (dalle 4 alle 20 lire, per usare un’idea più chiara).
In Lombardia, dove operano la San Pellegrino (controllata dal gruppo Nestlé)
e numerose altre aziende, la Regione incassava fino al 2002 poco più di
75.000 euro all'anno dai canoni di concessione.
Si potrebbe obiettare: quell’acqua “pura e cristallina” arriva però sulle nostre tavole, anzi nei supermercati, sempre pura e incontaminata come se fosse appena sgorgata dalla fonte. Nel corso di questo capitolo vedremo invece che la vera forza di questo prodotto così “trend” deriva da un immaginario collettivo che il marketing e la pubblicità sono riusciti a intercettare con grande successo.
Pochi sanno infatti che la normativa relativa all’acqua minerale è diversa da quella che regola l’acqua potabile. Per cui, formalmente, la minerale non può essere definita “acqua potabile”. Può sembrare un paradosso, ma è così. Ovviamente questo non significa che ciò che è contenuto in una bottiglia non è “buono da bere”. Semplicemente, la maggioranza delle acque minerali in commercio hanno parametri che non rispecchiano quelli relativi all’acqua potabile. Un esempio: in Piemonte, dalle parti di Biella, imbottigliano un’acqua con un residuo fisso (la quantità di sali minerali contenuta in un litro) di appena 15 milligrammi/litro. Bene, nessun acquedotto potrebbe distribuire quell’acqua perché “non potabile”. La legge infatti stabilisce un minimo di 50 e un massimo di 1.500 milligrammi/litro per l’acqua di rubinetto. E’ una delle particolarità che contraddistingue un settore per molti anni nelle mani di imprenditori che hanno saputo approfittare scientemente di una normativa nazionale, diciamo, benevola con i produttori e spesso incurante degli interessi dei consumatori.
Numerose acque minerali, grazie alla particolare legislazione di cui godono, possono contenere sostanze potenzialmente pericolose per la salute ed elementi salini in concentrazione cosi elevate che, se sottoposte alle analisi di laboratorio come l’acqua di rubinetto, il responso potrebbe essere: “acqua non potabile” oppure, più precisamente, “acqua non destinata al consumo umano”. A questo tema ho dedicato un intero libro nel 2003 (Qualcuno vuol darcela a bere, Fratelli Frilli Editori) spiegando nel dettaglio perché esistono due normative così diverse anche se si tratta pur sempre di acqua che consumiamo tutti i giorni.
Come si spiega questa apparente contraddizione  che non è sfuggita al ministero dell’Industria? Spulciando la Guida alle acque minerali naturali si legge a un certo punto: prima di consumare un’acqua minerale consultate il vostro medico… La ragione di questa avvertenza è semplice: essendo in origine un prodotto “terapeutico” che si vendeva in farmacia potrebbe avere indicazioni e controindicazioni. Un esempio: esiste un’acqua minerale frizzante molto popolare che ha un residuo fisso di 1.280 milligrammi/litro, ossia oltre un grammo di sali per litro. Qualunque medico sconsiglierebbe un consumo costante di questa acqua, perché a lunga scadenza può provocare qualche problema alla salute. Eppure, nonostante l’acqua minerale sia ormai bevuta in alternativa all’acqua di rubinetto continuano a persistere delle differenze nelle rispettive normative. Perfino l’ultimo aggiornamento della legislazione relativa all’acqua a uso umano  (decreto legislativo del 2 febbraio 2001, n.31), con nuovi rigorosi limiti per le sostanze tossiche, esclude dalla sua applicazione, guarda caso, l’acqua minerale. Tanto che, se quest’ultima dovesse sottostare ai parametri previsti per l’acqua potabile, molti marchi in commercio dovrebbero essere ritirati. E questo perché il legislatore ha considerato la minerale ben altra cosa rispetto all’acqua potabile: cioè acque medicinali “dotate di particolari virtù terapeutiche”, come si può leggere  alla voce “acqua” del Dizionario della Lingua Italiana (G. Devoto G.C. Oli, Edizioni Le Monnier, Firenze 1972).
Insomma, nel disciplinare il settore delle acque minerali naturali, lo Stato italiano ha avuto un occhio di riguardo o non è stato altrettanto puntuale nell’aderire alle direttive europee. Perché? Possiamo immaginare che il peso economico e le esigenze di business possano aver avuto un certo peso. Intendiamoci, nessuno ha infranto la legge. C’è stata piuttosto un’azione di lobbing che ha permesso alle aziende di ottenere una normativa come se fosse un vestito su misura.
Ad accorgersi dell’incredibile disparità i trattamento della legge e a denunciarne i possibili effetti è un personaggio che merita un po’ di attenzione.
Tutto è partito da Rionero in Vulture, provincia di Potenza. Il Vulture altro non è che un vulcano spento da oltre 150.000 anni. L’acqua piovana che attraversa le antiche lave si carica di molti elementi naturali, alcuni dei quali possono rendere l’acqua particolarmente ricca di arsenico. Attorno alla vecchia caldera, tra i fitti castagneti, l’acqua riaffiora dalle viscere del vulcano assumendo caratteristiche particolari. Ci sono fonti sulfuree, ferruginose e perfino leggermente frizzanti. Merlino è stato da sempre attratto dal mistero di queste sorgenti, tanto che è in grado di distinguere il rarefatto sapore di ciascuna fonte. Una passione che lo ha portato a studiare chimica. Un po’ per questo suo legame misterioso che lo lega all’acqua, un po’ per il suo carattere ribelle, Merlino non riusciva a darsi pace a causa della presenza di due stabilimenti che imbottigliano l’acqua del vulcano, la stessa che da bambino poteva bere senza correre al supermercato. Essendo perito chimico, si è dotato di un piccolo laboratorio di analisi che, per la verità, somiglia alla stanza segreta di un mago alle prese con qualche alchimia. In ogni modo, Merlino ama  ricercare ioni, molecole e tracce infinitesime di sostanze che abbondano nella trasparenza dell’acqua. Ed è così che si era reso conto che qualche acqua minerale era meglio non berla oppure la si poteva tutt’al più sorseggiare, con parsimonia come se fosse una medicina. Una situazione intollerabile per il suo carattere sanguigno. Ad aggravare il suo risentimento verso quelli che imbottigliavano l’acqua fornita da madre natura guadagnando miliardi di lire, era stata la scoperta che la legge permetteva di mettere in commercio perfino l’acqua “non potabile”. Merlino voleva ad ogni costo che qualcuno prendesse dei provvedimenti a tutela della salute pubblica. Si era rivolto al sindaco e non aveva  ottenuto nulla. Si era perfino spinto fino a Potenza dal Prefetto per informarlo che occorreva intervenire e subito. Niente da fare. Anche il Prefetto si era trincerato dietro la legge. A questo punto non rimaneva che appellarsi all’Unione europea. Prese carta e penna e scrisse la sua denuncia.  
Era il 2 luglio 1999 e quando Merlino finì di scrivere la sua lettera alla Commissione europea, non poteva certo immaginare il terremoto che avrebbero causato le scarne cifre gettate su quel foglio bianco. Numeri strani con tanti 0 e virgole espressi in microgrammi e milligrammi. Merlino segnalava che qualcosa non quadrava: 19 sostanze tossiche potevano essere presenti nella minerale in misura superiore rispetto ai limiti previsti per l’acqua di rubinetto.

La Commissione europea, incredibile ma vero, ha ascoltato l’allarme lanciato da Merlino e ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (1999/4849 ex articolo 226 Trattato: sfruttamento e commercializzazione delle acque minerali naturali).
Bruxelles ha contestato il decreto emanato dall’Italia nel 1992 che disciplina le acque minerali. In sostanza, il Governo italiano doveva chiarire perché ha fissato limiti per le sostanze tossiche largamente superiori a quelli ammessi per l’acqua di rubinetto. Un richiamo forte ed esplicito scritto nero su bianco in una lettera inviata al nostro ministero degli Esteri in cui si legge che «le norme in materia di acque minerali naturali perseguono l’obiettivo prioritario di proteggere la salute del consumatore...».
In effetti, lo stesso ministero della Salute italiano sapeva bene che la sicurezza dell’acqua poteva essere minacciata altrimenti perché alle sollecitazioni di Bruxelles rispondeva in modo interlocutorio? «Approfondimenti di carattere tecnico-scientifico degli ultimi anni hanno fatto emergere l’opportunità di ridurre le concentrazioni massime ammissibili per alcuni elementi quali l’arsenico, il cadmio, il piombo, il bario e il cromo». Il ministero non dice però che quegli approfondimenti erano già disponibili prima del 1988, anno del varo di un decreto che disciplina l’acqua potabile. Incalzato dalla Commissione europea, il ministero della Sanità ha inviato, nell’ottobre 2000, uno schema di modifica del decreto del 1992, fissando limiti più severi per le 19 sostanze tossiche o indesiderabili, in linea con quanto previsto per l’acqua potabile da un vecchio decreto del 1988. Sì, perché nel frattempo è stato emanato un nuovo decreto legislativo, che ha abbassato ulteriormente i valori per l’acqua potabile. Per esempio, il valore dell’arsenico è passato da 50 a 10 microgrammi/litro, come raccomandato da anni dall’Organizzazione mondiale della sanità per evitare il rischio di ammalarsi di un particolare tipo di tumore.
Le contestazioni mosse al Governo italiano dal commissario David Byrne, il 3 agosto 2000 (numero di protocollo 105.852) sono pesanti: «La legislazione italiana autorizza la presenza nell’acqua minerale naturale di sostanze inquinanti o contaminanti delle quali non dovrebbe essere rilevata alcuna traccia in questo tipo di acqua». Un argomento non nuovo, trapelato qua e là in qualche sporadico trafiletto di giornale subito rintuzzato da paginate di pubblicità dei produttori di minerale. Tanto che nel Parlamento italiano e anche in seno allo stesso Governo italiano erano state mosse forti critiche verso la normativa che disciplina le acque minerali e i possibili rischi per la salute.
La reazione di Mineracqua (associazione di categoria del settore acque minerali aderente a Confindustria) alla procedura d’infrazione e alle notizie affiorate sulla stampa è a dir poco sorprendente. Invia un comunicato alle imprese associate dove si legge: ”In relazione alle notizie stampa che riportano un comunicato dell’Unione nazionale consumatori, in attesa degli accertamenti che abbiamo immediatamente avviato a livello di Unione europea, Vi invito, nel caso in cui foste direttamente interpellati da giornali o televisioni, a non rilasciare dichiarazioni ma di rinviare alla Vostra Associazione per qualsiasi commento”.  Gli interessi in campo sono ingenti e un’informazione critica può creare gravi danni al florido settore economico che fino a quel momento era stato lasciato libero di espandersi e di crescere senza troppi vincoli. Alberico Giostra e Oliviero Beha dedicano alla spinosa querelle addirittura la puntata del 20 Novembre 2000 di Radio a Colori, con un’intervista al chimico Pasquale Merlino e a Fernando Maurizi, presidente dell’Ordine dei chimici del Lazio, Umbria e Molise nonché consulente di diverse fonti di acque minerali che afferma: “L’acqua minerale è un’acqua medicinale, è un’acqua curativa, è un’acqua che va bevuta con grano salis, perché ha  delle caratteristiche peculiari notevoli”. Non era mai successo che la Rai parlasse esplicitamente delle acque minerali al di fuori degli spazi “ammaestrati” dalla pubblicità. La furiosa reazione di Mineracqua è il segnale che il limite era stato superato. Il 29 novembre l’organizzazione confindustriale invia una raccomandata  al direttore generale della Rai lamentandosi della qualità delle informazioni fornite dalla trasmissione radiofonica Radio a Colori.  Invia anche una lettera all’amministratore delegato della Sipra Spa (la società concessionaria di pubblicità della Rai e di numerose testate giornalistiche), in cui si legge: “Come potrà comprendere, il tono generale della trasmissione, in particolare, talune affermazioni false e diffamatorie nei confronti del settore industriale che rappresento, contrastano con lo sforzo finanziario sostenuto dalle imprese in comunicazione e pubblicità sulle reti Rai. Non mancheremo, da parte nostra di fare le opportune riflessioni sull’entità degli investimenti pubblicitari affidati alla Sipra, il cui ritorno è  gravemente pregiudicato da una trasmissione della Rai priva di un controllo di qualità sui contenuti e sugli interlocutori”. Il ricatto adombrato da Mineracqua è un’arma che è stata più volte utilizzata nei confronti della stampa che avesse osato mettere il naso tra bollicine, etichette con vette innevate e ruscelli incontaminati. Ma le notizie apparse qua e là non potevano essere tutte sottoposte a un rigido controllo. Ormai l’affaire acqua minerale era approdato in Parlamento con interrogazioni molto dure che chiedevano conto al ministro della Sanità di quanto stava accadendo tra Bruxelles e Roma. Insomma, per i produttori di acqua minerale è troppo tardi.  

Così, dopo l’intervento dell’Unione europea, l’Italia con il decreto ministeriale del 31 maggio 2001,  ha abbassato per le acque minerali i limiti per alcuni parametri: arsenico totale (da 200 a 50 microgrammi/litro), cadmio (da 10 a 3 microgrammi/litro), piombo (da 50 a 10 mcrogrammi/litro), boro (da 5,25 a 5,0 milligrammi/litro), nitriti (da 0,03 a 0,02 milligrammig/litro), bario (da 10 a 1 milligrammo/litro). Per i microinquinanti organici (fenoli, tensioattivi, oli minerali-idrocarburi disciolti o emulsionati, idrocarburi aromatici policiclici, pesticidi e bifenili policlorurati, composti organoalogenati), il decreto dice assente al limite di rilevabilità del metodo analitico, secondo quanto previsto dagli  “Standard methods for the examination of water and wastewater”, 20a edizione, 2000.
Lo Stato italiano, per cercare di bloccare la procedura di infrazione dell’Unione europea, aveva provveduto a inviare a Bruxelles una proposta di modifica con qualche deroga. Una di queste riguarda il bario, sostanza tossica ad alte concentrazioni. Si legge in una lettera del ministero della Sanità, Dipartimento della prevenzione, del 3 ottobre 2000, in relazione alla procedura d’infrazione aperta dall’Ue nei confronti dell’Italia: “… al fine di consentire alle aziende interessate di ricercare eventualmente una diversa captazione dell’acqua minerale e, ove ciò non fosse possibile, evitare un impatto negativo immediato sull’occupazione per la chiusura delle aziende, potrebbe essere inserita nel decreto relativo al nuovo articolo 6, la precisazione che: per le acque  già riconosciute, limitatamente al parametro bario, l’entrata in vigore del presente decreto è differita di mesi sei”.  La preoccupazione  principale del ministero della Sanità è la tutela dei posti di lavoro, un po’ meno  per la salute.     
E’ interessante notare un fatto importante, a proposito di sicurezza alimentare. Il nuovo decreto finisce per mettere nei guai molte aziende, perché non erano e non sono in grado di assicurare la totale assenza di microinquinanti organici. L’inquinamento è così diffuso che tracce di fenoli o idrocarburi sono presenti ovunque, perfino nei ghiacci del Polo Nord. Ma per un prodotto che vanta la sua purezza a suon di superlativi è un bel  problema. Dopo il maggio 2001 e fino alla fine del 2003,  si è andati avanti giocando a rimpiattino, con il ministero della Salute costretto a chiedere i certificati con le analisi conformi al volere dell’Unione europea, e le aziende che temporeggiavano o inviavano analisi parziali oppure ottenute con metodi non contemplati dalla legge. Alla fine oltre 200 marche su 260 sono risultate fuori norma. Fenoli, idrocarburi e altre simili sostanze si possono trovare nelle acque minerali anche se in concentrazione tale da non generare preoccupazioni eccessive per la salute dei consumatori, ma la presenza di quei composti chimici rivelano che una qualche forma di contaminazione esiste. Che cosa ci si poteva aspettare a questo punto? Poteva il ministero della Salute diffondere una lista nera e mettere in ginocchio un intero e lucroso settore industriale? La risposta è ovvia. Di fronte a questa situazione a dir poco imbarazzante, il ministero della Salute ha colto al balzo l’opportunità offerta da una nuova Direttiva europea sull’acqua minerale (2003/40) recepita con un apposito decreto del 29 dicembre 2003. Da una parte l’Italia si adegua ai nuovi parametri che sono quasi in linea con quelli previsti per l’acqua potabile, ma in una tabella allegata resuscita i microinquinanti organici, che sono ritornati a essere tollerati.

Una decisione che ha suscitato scalpore tra le associazioni di consumatori che hanno parlato di decreto salva acqua minerale. Il decreto del ministro Sirchia «ha introdotto una soglia di tolleranza per una serie di sostanze tossiche ad alto rischio grazie alla quale le grandi aziende produttrici di acque minerali possono continuare a immettere sul mercato prodotti altrimenti fuorilegge, in danno dei consumatori e in contrasto con le normative europee». Così Loredana De Petris, senatrice dei Verdi e capogruppo in commissione Agricoltura e Alimentazione, ha chiesto al ministro della Salute di revocare il decreto ministeriale del 29 dicembre 2003 con il quale si stabilisce per tensioattivi, oli minerali, antiparassitari, policlorobifenili, idrocarburi e altre sostanze pericolose una soglia di rilevabilità strumentale al di sotto della quale le aziende produttrici potranno continuare a dichiarare che le acque minerali imbottigliate sono esenti da ogni inquinamento. «L'inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Torino - prosegue la senatrice - aveva accertato nel giugno scorso (2003, nda.) che 23 delle 28 marche di acque minerali analizzate non rispettavano l'obbligo di legge di essere completamente prive delle sostanze tossiche in questione; successivamente il numero delle marche non in regola è salito a 86». Per la senatrice De Petris, dunque, «invece di affrontare all'origine le cause dell'inquinamento, il ministro della Salute si è inventato, in piena festività natalizie, questo singolare espediente giuridico, che non ha alcun riscontro nella normativa comunitaria, grazie al quale le acque minerali inquinate diventano miracolosamente pure». Con questo decreto, secondo la senatrice, «si consente la presenza di composti nocivi in acque spesso pubblicizzate come benefiche per la salute».
A proposito di rischi sanitari, nella tarda primavera del 2004, la Procura della Repubblica di Bari ha concluso le indagini sulla presunta non genuinità e pericolosità per la salute pubblica di alcuni lotti di acque minerali della zona del Vulture (Potenza). Secondo l’inchiesta, una certa acqua effervescente naturale è risultata non solo pericolosa per la salute pubblica, ma anche non
genuina e in cattivo stato di conservazione per la presenza di valori di nitriti (0.07 milligrammi per litro) superiori al limite (0.03 mg/litro) fissato dalla legge. In un altro campione di acqua minerale naturale, invece, prelevato in un supermercato del barese nell'ottobre 2002, i valori di “vanadio e arsenico erano superiori al limite previsto per le acque destinate al consumo umano, nonché valori difformi per  rame, zinco e selenio, indicati come principali oligoelementi antiossidanti
in grado di prevenire o curare patologie umane, così rendendo un prodotto destinato al consumo alimentare non genuino”.
L’inchiesta di Bari era partita da una denuncia dell’Adusbef (associazione di consumatori) e di Pasquale Merlino. Ma questo processo è un caso piuttosto raro.
La potente lobby dei produttori di acqua minerale gode di privilegi e coperture che forse non ha eguali in altri Paesi.
In un rapporto dedicato ai problemi dell’inquinamento, presentato al primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin, il 12 febbraio 2004, si afferma: “Lo sviluppo dell’offerta e  il livello di consumo dell’acqua minerale fortemente mineralizzata, un tempo riservata a chi aveva bisogno di cure mediche, non è oggetto di un attenzione sanitaria sufficiente, soprattutto per i possibili effetti sui bambini”.  Impossibile ritrovare una simile attenzione su questo tema in Italia da parte delle pubbliche istituzioni. Il settore ha un peso economico enorme. Il fatturato, come abbiamo detto, sfiora i 3 miliardi di euro, circa 6.000 miliardi di lire, più della la metà del valore di tutto il mercato del ciclo idrico integrato in Italia che comprende l’acqua potabile, la manutenzione delle fognature e la depurazione.
Probabilmente è a causa dell’importanza economica di questo settore che sulla stampa non si trovano quasi mai notizie che possono mettere in pericolo il lucroso business. Il 3 ottobre 2003, un  dispaccio dell’Ansa annunciava il sorprendente risultato di una ricerca. Secondo un  gruppo di ricercatori britannici dell’Università del Galles di Cardiff, circa il 12 per cento delle infezioni da campylobacter, il microbo responsabile di molti avvelenamenti, vengono contratte bevendo acqua in bottiglia. E ancora. Funghi e batteri sono stati trovati in 68 bottiglie di acqua minerale in commercio.  Ne ha dato notizia il ricercatore olandese Rocus R Klont, durante il meeting dell’American society for microbiology tenutosi a Washington nell’autunno del 2004. A quanto sembra i campioni provenivano da nove Paesi europei e sette extraeuropei. Nel 1999 negli Stati Uniti, il Natural resources defense council ha pubblicato le conclusioni di uno studio durato quattro anni sull’industria dell’acqua in bottiglia in America. Dalla ricerca è emerso che un quarto delle marche in commercio non rispetta i limiti sanitari imposti a questo prodotto dalla legislazione statunitense. Inoltre, in molti campioni sono stati riscontrati livelli inaccettabili di batteri coloformi, batteri Hpc, arsenico e trialometani. Si tratta di ricerche che raramente superano la barriera degli ambienti accademici in cui circolano e quando qualche notizia trapela, la stampa e la televisione non ne parlano per il timore di ritorsioni da parte degli inserzionisti che inondano di paginate di pubblicità e spot che “dissetano” gli aridi bilanci delle aziende editoriali. Una pressione che in Italia è più marcata che altrove a causa dell’importanza del settore nella nostra economia.

Il Made in Italy detiene  la posizione leader nel mercato mondiale dell’acqua minerale, con 177 imprese e 287 marchi, 11 miliardi di litri imbottigliati  di cui oltre 1 miliardo esportato, pari al 10 per cento della produzione. Basta pensare che americani e canadesi sono grandi consumatori di note marche italiane. Nel mondo si consumano 120 miliardi di litri di acqua imbottigliata con un mercato che vale circa  80 miliardi di dollari. L’Europa Occidentale consuma 1/3 del totale pur avendo solo il 6 per cento della popolazione mondiale e produce circa 38 miliardi di litri (33,7  acque minerali e 4,1 di acque di sorgente). La corsa al consumo di acqua minerale sembra dunque inarrestabile. Grazie anche alla quasi assenza di informazione critica. I programmi televisivi sono “controllati” dai produttori che riversarno sulle reti milioni di euro in pubblicità (nel 2002, secondo Nielsen, circa 300 milioni di euro, quasi 600 miliardi di vecchie lire, ma nel 2003 questa quota è stata incrementata del 29,5%). Pochi giornali osano spiegare davvero che cosa si nasconde dietro le bollicine. Fanno eccezione alcuni coraggiosi programmi radiofonici e televisivi, come quelli messi in onda da Radio Vaticana, Radio 1 con la trasmissione La Radio a colori di Oliviero Bea e Tg Leonardo sulla terza rete Rai.
Un altro settore promettente per i signori dell’oro blu è l’acqua in boccioni da 18 litri o 5 galloni. Può essere “acqua di sorgente” oppure acqua potabile, con un’etichetta che le dà un tono. Un commercio in crescita che, nel 2002, in Europa ha raggiunto il 3 per cento del mercato dell’acqua confezionata, con circa 1,4 miliardi di litri di cui 1 miliardo in Europa occidentale e 400 milioni in Europa orientale. E per il futuro si prevede una vera e propria esplosione degli affari. La Zenith International stima un aumento del 17 per cento degli impianti di refrigerazione (le colonnine che ormai si ritrovano nelle comunità e nei centri commerciali), che  quadruplicati in 5 anni, sono solo in Europa circa 2.100.000.
Lo spazio di crescita di questo zampillante mercato è enorme. Si stimano 3 refrigeratori ogni 1.000 abitanti in Europa, contro i 30 negli Usa. L’aspetto stupefacente di questo lucroso commercio è che le comunità che impiegano questi boccioni pagano un servizio che esiste già: l’acqua che esce dai rubinetti.  
Anche in questo sottosettore dell’acqua imbottigliata, i leader sono sempre gli stessi: Nestlè, che in Europa si presenta con il marchio Nestlè Acquarel, segue Danone che ha acquisito Château d’eau (ex Suez lyonnaise des eaux). La multinazionale francese Danone che  produce, commercializza e vende un'ampia gamma di prodotti alimentari, tra cui latticini, acqua minerale,  bevande analcoliche, biscotti e snack (marchi Lu e Saiwa), ha acquisito la Château d'eau international (Cei) nel 2002, una società francese che opera su scala europea nel mercato della fornitura di erogatori d'acqua in boccioni. E fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Ma c’è una particolarità: le Cei era interamente controllata dalla Ondeo, società del gruppo Suez, che si occupa di acqua in tutti i suoi molteplici aspetti.
In Italia, la Cei opera tramite alcune controllate: Château d'eau Italia Srl, Rio Srl e Drink Cup Spa. Quest'ultima è una società che imbottiglia acqua di sorgente in boccioni da 18,9 litri, distribuiti da una rete estesa in tutto il territorio nazionale, con una  quota di mercato compresa tra il 20 e il 30 per cento. Le altre quote sono detenute da Culligan Italia, Aquapoint e Bpm.
In Italia, nel 2002, sono stati venduti 110 milioni di litri con una crescita del 29 per cento e sono stati distribuiti 160.000 refrigeratori, con un giro d’affari di 44 milioni di euro. La società italiana pioniera del settore è la marchigiana Drink Cup (sorgente Meteora) che è stata acquisita dal gruppo Danone. Seguono tre gruppi che hanno sede in Emilia Romagna: Gruppo Sem, Norda e Culligan Italia. Quest’ultimo distributore è collegato a Veolia Water (società nata dalla Vivendi) che troveremo nel secondo capitolo come gestore di alcuni acquedotti del Belpaese.



Al primo posto nel mondo delle acque in bottiglia troviamo l’onnipresente Nestlè. Il gruppo svizzero detiene il 17 per cento del mercato mondiale con un giro di affari, nel 2002, di  7.700 miliardi di franchi svizzeri. Presente in 130 nazioni con 77 marchi di acque, in Italia possiede 10 stabilimenti e altrettanti marchi tra cui San Pellegrino, Levissima, Vera, Panna, San Bernardo, Pejo, Recoaro. Nel nostro Paese realizza un fatturato di 870 milioni di euro di cui 60,2 milioni di euro spesi  in pubblicità.  Fino a non molto tempo fa un altro grande protagonista del mercato era la multinazionale francese Danone che recentemente ha ceduto i marchi italiani all’armatore napoletano Carlo Pontecorvo, 54 anni, napoletano, che così è diventato proprietario tra l’altro della Ferrarelle, centenario marchio di acqua minerale ritornato italiano al prezzo di 130 milioni di euro, secondo indiscrezioni apparse sulla stampa. Alla Holding Ricciardi di Pontecorvo, il 10 gennaio 2006,  è così passata la romana Italaquae, numero quattro del mercato italiano dell’acqua minerale con una quota di circa l’8 per cento. Oltre a Ferrarelle e Boario, controlla i marchi Santagata e Natìa, ha la licenza per 15 di VitaSnella e la distribuzione esclusiva in Italia di Evian, fiore all’occhiello di Danone. La multinazionale francese, che ha un giro d’affari in tutto il mondo di 3 miliardi e 700 milioni di euro ha così abbandonato il complicato mercato italiano dell’acqua minerale. Nel mondo i suoi marchi più venduti sono Evian, Volvic, Wahaha e Aqua. Attraverso la società Eden Spring controlla il 20 per cento del mercato europeo dell’acqua in boccioni.
In questa hit parade delle corporation dell’acqua c’è pure Coca Cola, il gruppo americano che ha sede ad Atlanta mantiene lo scettro a livello mondiale nel settore delle bibite ed è  l’8° gruppo alimentare al mondo. Tra l’altro all’inizio del 2006 ha acquisito le fonti del Vulture tanto care a Pasquale Merlino. Sempre più aggressivo nel mercato delle acque imbottigliate, il gruppo Coca Cola possiede i marchi: Dasani negli Usa, Ciel in Messico, Nevada in Venezuela, Bonacqua in Brasile, Kin in Argentina, Vital in Cile. Con il marchio Bonaqua  vende anche in Germania, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca, Spagna e Russia. Recentemente ha dovuto ritirare dal mercato inglese migliaia di bottiglie Dasani perché, oltre ad essere una comune acqua da tavola, cioè di rubinetto, conteneva bromato in concentrazione troppo elevata.
Buona la posizione della San Benedetto, gruppo veneto che possiede quattro stabilimenti e nove marche. Oltre all’omonima marca, commercializza Acqua di Nepi e Guizza (l’acqua minerale più venduta in Italia). E’ già tra i primi quattro produttori del mercato spagnolo e si prepara a conquistare il mercato dell’Est europeo in joint venture con Danone. La storia della San Benedetto inizia nel 1956, a Scorzè (Venezia) più precisamente nella località Guizza, nei pressi di un pozzo artesiano tuttora funzionante. Fa parte del gruppo Finanziaria San Benedetto, che nel 2002 ha fatturato per 580 milioni di euro (511 solo il settore acqua), dà lavoro a 2.000 dipendenti e detiene il 12 per cento del mercato italiano delle acque minerali. Oltre a imbottigliare per PepsiCola e Ferrero, ha stretto alleanze con Cadbury Schweppes e Danone per l'allestimento di stabilimenti comuni in Europa. Sono suoi sono anche i marchi Caudana, Guizza, Oasis, Orangina, Powerade. Nel 2003 ha speso 25 milioni di euro in pubblicità (di cui 24 milioni per spot in Tv), l'8 per cento in più rispetto all'anno prima.  Dal 1972 appartiene all'imprenditore veneto Gianfranco Zoppas, che possiede anche il gruppo Zoppas Industries attivo nel settore dei macchinari per la produzione di plastica e delle resistenze elettriche.

A Padernello in provincia di Treviso in un’area Sic (Sito di interesse comunitario), su una superficie di 39 ettari, la San Benedetto vorrebbe costruire un nuovo stabilimento con 2.750.000 metri cubi di fabbricati.  Dovrebbe prelevare 7 milioni di litri al giorno dagli acquiferi che alimentano il fiume Sile. Ma il progetto ha suscitato la protesta della popolazione, delle associazioni ambientaliste e una interrogazione parlamentare proprio per la vicinanza dello stabilimento all’area protetta. Il 19 gennaio 2005, l’onorevole Luana Zanella, ha presentato una dura interrogazione al ministro della Salute. L’atto parlamentare è un piccolo trattato dei problemi e dei conflitti che si creano con lo sfruttamento intensivo delle fonti a fini commerciali.
Il via al progetto era stato dato il 6 agosto 2004, quando la Giunta regionale del Veneto ha approvato la delibera n. 2508 avente per oggetto: «Ditta: S.
Benedetto S.p.a. rilascio della concessione di acqua minerale da denominare «Fonte della rondine» in Comune di Paese (Treviso) - legge regionale 40/1989». Così la Regione dà il benestare per l'estrazione di acqua nel sito di Padernello, località di Paese. Si legge nell’interrogazione: “La carta idrogeologica della provincia di Treviso considera la zona del sito oggetto di concessione da parte dello Regione Veneto, come ‘zona a vulnerabilità elevata’ essendo un'area di ricarica degli acquiferi, dove il sottosuolo è costituito prevalentemente da materiali ghiaiosi che si prestano a una facile veicolazione di eventuali elementi
inquinanti sia per quanto riguarda la fase satura che quella insatura”.
Il 12 gennaio 2004, l'Area tecnico scientifica “Osservatorio acque interne” dell'Arpav (Agenzia regionale protezione ambientale del Veneto), ha stilato una relazione, firmata dal geologo Filippo Mion. Dalle indagini idrogeologiche e chimiche sul sito del nuovo insediamento su campioni di acqua prelevati nei pozzi risultano concentrazioni di ferro disciolto, manganese e arsenico superiori al limite di legge. Non solo. L'Arpav sottolinea che il superamento delle concentrazioni massime di legge «può presentare un rischio per la salute pubblica». E ancora: è stata riscontrata la presenza dell'inquinante 3-secbutil-6-metiluraclile con 0,45 microgrammi/litro. La relazione dell’Arpav, citata più volte nell’interrogazione parlamentare, si preoccupa anche della “compromissione quantitativa” dell’acqua che alimenta le risorgive un po’ più a valle e afferma che si tratta di un’area “idrogeologicamente critica, in cui qualsiasi fattore esterno potrebbe stravolgere i delicatissimi equilibri esistenti” e sconsiglia di “imbottigliare acque sotterranee con le caratteristiche chimico-fisiche come quelle accertate per il fatto che alcuni parametri sono superiori ai limiti imposti dalla normativa vigente in materia di inquinamento delle acque e delle acque per il consumo umano».
Oltre tutto la provincia di Treviso aveva accertato la presenza del microinquinante organico denominato 3-sec-butil-6-metiluracile, nelle acque di falda dei comuni di Quinto e Paese, utilizzate anche a scopo potabile. Un inquinamento della falda freatica rilevato nell'estate del 2000 e nel febbraio 2001, quando apparve pure il desetilatrozino, al punto che i sindaci dei due Comuni dovettero emettere il divieto d'uso a scopo potabile di tutti i pozzi pescanti ad una profondità minore di 50 metri. Sembra che il composto inquinante in parola sia un prodotto di degradazione del principio attivo Bromocile, commercializzato per il diserbo di aree incolte
e probabilmente smaltito nella discarica ex cava Tiretto situata in prossimità del sito della  San Benedetto. A conclusione della lunga interrogazione parlamentare, si chiede  di negare il rilascio del riconoscimento dell'acqua minerale naturale prelevata dal sito di Padernello di Paese.  A quanto sembra il ministero non ha ancora risposto.
Il 18 marzo del 2004, era toccato a un gruppo di attivisti del Venezia Social Forum lanciare l’allarme con una manifestazione all'interno della Fiera di Padova contro lo sfruttamento idrico da parte di aziende private, in particolare la San Benedetto di Scorzè (Venezia), esibendo striscioni con la scritta «Stop ai vampiri della nostra acqua».
 Gli ambientalisti manifestavano per il timore che la Regione Veneto potesse autorizzare la San Benedetto al prelievo di acque da destinare al nuovo stabilimento. «Siamo fortemente contrari a questo progetto - ha spiegato per il Social Forum Michela Vitturi – perché con questo stabilimento saranno causati danni irreparabili all'intero e prezioso ecosistema delle risorgive della zona». Secondo gli ambientalisti, «lo stabilimento trevigiano, già costruito e dotato di impianti per iniziare a produrre acque minerali, preleverà sette milioni di litri di acqua al giorno, e porterà a un forte aumento del traffico sulla statale Postioma, stimato in duecento tir al giorno».
L’impatto ambientale dell’industria dell’acqua minerale è notevole, ma poco studiato. Un impatto che deriva dalla grande quantità di imballaggi prodotta - circa 10 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno - e da un assurdo peregrinare di bottiglie da Nord a Sud del Paese. Per trasportare l'acqua minerale prodotta ogni anno servono infatti 300.000 Tir che  contribuiscono in modo significativo all’effetto serra. Non è infrequente in Sicilia, per esempio, bere acqua minerale che arriva dal Trentino, dalla Lombardia e dal Veneto come se l’isola fosse un deserto senza una goccia d’acqua. Il consumo eccessivo di acqua in bottiglia produce almeno 150.000 tonnellate di rifiuti in plastica. Smaltire una bottiglia costa circa un centesimo (quasi 25 lire, 600 lire al chilogrammo o 0,31 centesimi di euro).

Nonostante tutte le argomentazioni contrarie, l’acqua minerale ormai fa parte dei nostri consumi quotidiani. E’ raro infatti che sulle nostre tavole non ci sia una bottiglia di plastica che denota anche un livello di benessere inimmaginabile fino a non molti anni fa, quando l’Idrolitina era il massimo cui potevano aspirare gli italiani che avevano da poco tempo conquistato il diritto ad avere l’acqua potabile in casa. Un lusso che nel dopoguerra pochi potevano permettersi. Ancora nel 1951, a Pesaro, solo il 37,6 per cento dell’acqua erogata finiva nelle case. Il resto era destinata agli esercizi pubblici e alle fontane. Non si deve però pensare che il consumo di acqua minerale sia un “male” esclusivo dei nostri tempi. Lo storico Paolo Sorcinelli racconta che già nel 1762  Montecatini esportava 112 barili dell’acqua del  Tettuccio, e l’acqua imbottigliata si vendeva ai “signori” per curare i più disparati malanni. Certo, non era un prodotto di largo consumo. Occorre attendere l’avvento della televisione commerciale per veder dispiegata tutta la forza di un settore effervescente. Il merito (o colpa a seconda dei punti di vista) è da attribuire in gran parte alla pubblicità. Una réclame  che spesso confonde le idee, attribuendo all’acqua effetti miracolosi: ad esempio, è assolutamente sbagliato il concetto che l’acqua povera di sodio non faccia ingrassare, favorisca l’eliminazione della cellulite o faccia bene in assoluto.  “L’acqua povera di sodio ha una azione diuretica e combatte quindi la ritenzione idrica, ed è indicata terapeuticamente per coloro che hanno ipertensione”, spiega Michele Carruba, direttore dell’Istituto di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano. “Ma il sovrappeso non ha nulla a che vedere con la ritenzione idrica: l’obesità è causata da un eccesso di lipidi (grassi) nelle cellule adipose; anzi  un individuo grasso spesso è anche un individuo disidratato perché le cellule adipose contengono molto meno acqua di tutte le altre cellule”. Quindi, tranne in casi specifici, sono molto meglio le acque mediamente mineralizzate (come è in genere anche l’acqua del rubinetto) perché contengono opportune quantità di tutti quegli oligoelementi di cui l’organismo ha bisogno, compreso il sodio, che è fra l’altro indispensabile per il corretto funzionamento del sistema nervoso.
“Per quanto riguarda l’acqua del rubinetto, l’unico problema che in genere presenta è che spesso deve essere clorurata per questioni igieniche e il sapore del cloro ad alcuni può non piacere”, aggiunge il professor Carruba.
Ma l’acqua di rubinetto non fa sognare, nessuno quasi la pubblicizza. Così, il rapporto emozionale con l’acqua potabile non è molto gratificante. A chi verrebbe in mente di reclamizzare gli effetti antiossidanti e perfino ringiovanenti del selenio disciolto? Ebbene, una nota marca ha impostato la sua campagna proprio puntando su questo argomento. Peccato che il Giurì di autodisciplina pubblicitaria abbia messo sotto “processo” l’ardito spot. Così,  è toccato al professor Carruba dimostrare l’infondatezza e di conseguenza l’ingannevolezza di quel messaggio. Infatti, per avere qualche speranza di ottenere un beneficio  da quell’elisir dell’eterna giovinezza occorre bere circa 60.000 litri, sì, e per di più in un sol colpo…
Sono tanti i messaggi ingannevoli di cui si è occupata l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. A volte si tratta di vera e propria pubblicità occulta. L’Autorità, per esempio, ha pizzicato il settimanale Amica che in un articolo apparso sul n.48 del 1999 si dilungava sulle proprietà della San Pellegrino.
Il titolo: "Il fresco sapore dell'acqua". Il sottotitolo: "Liscia, gassata, effervescente naturale. E con gusti diversi. Come succede per il vino, anche la minerale può avere diversi accostamenti con il cibo". Il servizio si componeva di due pezzi, l'uno dedicato al fenomeno dell'incremento del consumo delle acque minerali e dell'abbinamento dell'acqua minerale con i diversi cibi, l'altro, dal titolo "Pura alla sorgente. E dopo? ", relativo alla purezza delle acque e alla loro composizione chimica.  In alcuni passaggi del testo dell'articolo è più volte citato il marchio San Pellegrino: "Nei ristoranti non solo il cliente chiede San Pellegrino o Perrier o Surgiva o Plose o Evian o Galvanina o Ferrarelle o San Bernardo, ma pretende quella bottiglia blu particolare [...] I marchi europei la fanno da padroni, anzi, sono dei veri e propri must, a cominciare dalla San Pellegrino che domina nei ristoranti di livello, ma anche altre acque che stanno entrando con forza, conquistando fette di mercato [...]".
E che dire delle proprietà medicamentose al limite  del magico contenute in un articolo pubblicitario dell’acqua Rocchetta presentata sull’inserto “Salute” del quotidiano la Repubblica?
L'articolo, dopo aver sottolineato le qualità idratanti delle acque minerali ("il corpo umano ha bisogno di essere costantemente irrigato e solo con la circolazione continua di liquidi - dall'esterno all'interno e viceversa - si può assicurare una costante idratazione"), evidenzia alcuni effetti benefici propri dell'acqua Rocchetta sulla pelle, in particolare si legge che: "L'acqua Rocchetta presenta caratteristiche analoghe ad alcune acque termali di cui si conoscono i poteri antiinfiammatori in generale e, più in particolare, gli effetti terapeutici nei confronti di alcune affezioni della pelle; un effetto depurativo che favorisce il lavaggio interno dell'organismo; acqua cosmetica; acqua amica della pelle".
In questo caso addirittura, il ministero della Salute non aveva rilasciato alcuna autorizzazione ai sensi dell'articolo 17 del Decreto Legislativo n. 105/92 che prevede la preventiva approvazione delle pubblicità di acque minerali "limitatamente alle menzioni relative alla proprietà favorevoli alla salute, alle indicazioni ed alle eventuali controindicazioni".
Molti spot giocano sull’equivoco. Una sfumatura che sfugge alla stragrande maggioranza dei consumatori: “Le proprietà salutari, vantate dalle acque minerali, sono altra cosa rispetto alle proprietà terapeutiche”, spiega Vincenzo Riganti, docente di Chimica merceologica all’Università di Pavia.  “Non è più previsto che le acque minerali naturali siano dotate di attività terapeutica, bensì più semplicemente  di ‘proprietà favorevoli alla salute”. Come se un’acqua da bere potesse avere proprietà contrarie alla salute. Dunque la legge dice che  
un’acqua ‘minerale naturale’ deve presentare ‘caratteristiche igieniche particolari ed, eventualmente, proprietà favorevoli alla salute’. L’aggiunta dell’avverbio eventualmente comporta che la distinzione con l’acqua potabile non sia più necessariamente legata agli effetti; ne consegue il venir meno del precedente obbligo di corredare sempre la domanda di riconoscimento con gli elementi di valutazione delle caratteristiche sul piano farmacologico, clinico e fisiologico.
La distinzione sostanziale che rimane nella legge è che le acque minerali naturali devono essere pure alla sorgente e tali rimanere fino al consumo”.  Il problema è che dalla fine del 2003, la legge permette ai produttori che dovessero superare i nuovi parametri di trattare l’acqua con ozono per abbattere il tenore di ferro, manganese e arsenico. Con l’inconveniente che si può produrre un pericoloso sottoprodotto: il bromato.  
Ma l’acqua imbottigliata rappresenta in ogni caso l’immagine della purezza, una purezza più simbolica che reale. Un‘illusione che svanisce di fronte a qualsiasi analisi fisico-chimica che non può fare altro che certificare che l’acqua non è solo l’unione di due molecole di idrogeno e una di ossigeno, ma una soluzione  di tutti gli elementi presenti nella tavola periodica. Inseguendo il fascino delle bollicine, negli Usa, si è arrivati a commercializzare un’acqua minerale per cani, gatti, criceti e uccelli, con un'etichetta che avverte che non è adatta al consumo umano. Bill e Rhonda Fels, una coppia di coniugi di Lawsonville nella North Carolina, hanno avuto l'idea di produrre e vendere PetRefresh, un'acqua senza fluoruro e cloro che ha essenze ghiotte per gli animali come quella di carne e pesce. Secondo i coniugi Fels, l'acqua del rubinetto sarebbe dannosa per gli animali domestici, perché causerebbe danni ai reni, alle vie urinarie e alle ossa. Comunque sia, l'idea di Bill e Rhonda Fels è diventata un business:  vendono acqua per animali da quella che era una fattoria per la produzione del tabacco a Lawsonville, al costo di 1.49 dollari per una bottiglietta di un quarto di litro. Un'attività che va a gonfie vele: nel giro di nove mesi, le vendite sono passate da 1.300 bottiglie al mese a oltre 50.000. E, adesso, l'acqua minerale per animali si può acquistare anche su Internet. Un commercio alquanto bizzarro che i Fels stanno pensando di ampliare, lanciando un'acqua per cavalli con delle vitamine aggiunte, dal nome simbolico EquiFresh.
Non è dato sapere se il lancio dei nuovi prodotti sia stato accompagnato da una ricerca di mercato con interviste ai nuovi consumatori. Ormai siamo entrati in una dimensione da cui sarà difficile uscire e che ora coinvolge anche gli amici animali.
In queste ultime pagine ci siamo soffermati nell’analisi di ciò che finisce in bottiglia rivelando alcuni retroscena la cui conoscenza è utile non solo per fare acquisti più consapevoli, ma soprattutto per capire che cosa si nasconde dietro il florido commercio dell’acqua. A proposito, sapevate che l’acqua che sgorga dai vostri rubinetti è quasi sempre oligominerale, cioè con un contenuto di residuo fisso al di sotto di 500 milligrammi/litro? Insomma, molti acquedotti forniscono acqua minerale, ma per legge non possono definirla “naturale”. Come dimostra
lo strano caso del Consiag (consorzio di acque potabili poi confluito nella società Publiacqua Spa di Firenze) accusato da Mineracqua di usurpare la denominazione “acqua minerale naturale”. La “guerra” tra acqua di rubinetto e acqua minerale è scoppiata tra il 1998 e il 1999, quando il Consiag ha lanciato un’insolita e massiccia campagna pubblicitaria attraverso vistosi cartelloni apparsi in 20 Comuni nelle Province di Firenze e Prato. Per Mineracqua era intollerabile quella pubblicità “suscettibile di ingenerare nel consumatore confusione tra l’ordinaria l'acqua potabile distribuita dal Consiag e le acque minerali naturali”. Curiosamente l’esposto all’Autorità garante delle concorrenza e del mercato non parte da Mineracqua ma dall'Associazione a tutela dei consumatori che ha segnalato la presunta ingannevolezza del messaggio. Lo slogan  che aveva fatto infuriare i produttori di acqua minerale è malizioso: "Se pensi che l'acqua di casa non sia buona, te l'hanno data a bere". A complicare le cose c’è l'immagine in bianco e nero di un bambino che beve seguito dalla scritta "Consiag minerale naturale a casa tua".




Il Consiag si è difeso al meglio inviando all’Autorità una ponderosa documentazione in cui ha cercato di dimostrare che quel messaggio non era affatto ingannevole: “La nostra acqua è potabile; tutti i parametri relativi alle sostanze indesiderabili e inquinanti, come risulta dalle analisi chimico fisiche e batteriologiche, effettuate periodicamente dalle Asl, rientrano nei limiti di legge e in alcune fonti di approvvigionamento (impianti di Nosa e Fontefredda) le caratteristiche sono tali da poter loro riconoscere qualità analoghe a quelle riscontrabili nelle acque minerali naturali, e perfino proprietà benefiche per la salute”. Ma l’Autorità è inflessibile nell’applicazione della legge e alla fine condanna il Consiag per aver “usurpato” una denominazione commerciale. Nella delibera di condanna si legge: “Dal punto di vista logico-giuridico, è assai discutibile la legittimità di una comparazione tra le caratteristiche chimico-fisiche delle acque minerali naturali e quelle delle altre acque potabili destinate al consumo umano, in quanto l'evoluzione della disciplina di settore ha dato origine a due sistemi normativi indipendenti”.  
Una sorte analoga è toccata a una campagna pubblicitaria lanciata il 27 dicembre 2004 da Acea Spa, il gestore che distribuisce l’acqua ai romani. Tutto era cominciato con un comunicato stampa: “E' buona come un'acqua minerale, anche di più. E’ sicuramente meno costosa e non è carica di calcio, come vuole una leggenda metropolitana”. Lo slogan utilizzato era: ''A Roma l'acqua di montagna sgorga dal rubinetto: pura acqua di sorgente, buonissima da bere”.
Con grandi manifesti ''6x3'' a sfondo giallo ocra e di formati più piccoli affissi in città, l'azienda capitolina quotata in Borsa intendeva
pubblicizzare il suo core business, così come si fa con un prodotto qualsiasi.
Ma quello scelto, ha spiegato alla stampa il direttore relazioni esterne e comunicazione di Acea spa, Maurizio Sandri, ''non e' solo uno slogan, e' la verita''. L'acqua che esce dai rubinetti dalle case dei romani sgorga dalle sorgenti carsiche dell'Appennino centrale, quelle del Peschiera e di Capore, sulle montagne del reatino. ''Abbiamo voluto sfatare - ha spiegato Sandri - la leggenda metropolitana che circonda l'acqua di Roma. Un 20-25 per cento dei romani pensa che sia troppo pesante, cioè ricca di calcio. Nulla di più falso: è un'acqua leggera che può essere bevuta tranquillamente. Non solo. E’ anche più buona delle acque
minerali, talvolta sconsigliate perché troppo ricche di anidride carbonica''. La dichiarazione di guerra  era stata lanciata ai produttori di acqua minerale  che certo non potevano rimanere impassibili. Loro che in una Guida per il consumatore distribuita con la stampa benevola, tra i consigli utili per il consumatore, avevano scritto: “Evita assolutamente l’impiego di ghiaccio, che da un lato ne altera il gusto e, dall’altro, ne contamina la purezza originaria”.
Acea annuncia pure la seconda fase della campagna di comunicazione, a primavera, puntando su altri due aspetti non trascurabili: bere l'acqua di
casa fa risparmiare e non bisogna sprecarla.  ''Mediamente – ha osservato Sandri - un litro di acqua minerale costa circa un euro al litro, mentre quella che esce dal rubinetto costa una lira e mezza al litro, circa mezzo centesimo d'euro. Va poi fatto passare il messaggio che l'acqua non va sprecata. A Roma il consumo pro capite è in media di 350 litri al giorno, è molto alto''. L'acqua di Roma, fanno notare all'azienda, è costantemente monitorata dal laboratorio Acea di Grottarossa che controlla tutta la rete idrica, dando anche un giudizio di conformità alle norme vigenti. Nel 2004 sono stati raccolti circa 7.000 campioni, 40 al giorno, e effettuati 250.000 controlli. ''Questa campagna - ha spiegato Sandri - serve a comunicare
le tre attivita' strategiche di Acea, quello che si dice il core business: l'acqua, l'energia elettrica e Roma”.



Come era già accaduto nel caso del Consiag, scatta la rappresaglia di Mineracqua che si rivolge all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Sono due gli elementi che fanno imbufalire Mineracqua: l’uso delle parole “pura acqua di sorgente” e “acqua di montagna”. Allora, l’aggettivo pura non lo può usare solo l’acqua minerale (per legge). La denominazione acqua di sorgente “è abusiva” in quanto l’acqua di sorgente è un’altra categoria commerciale diversa dall’acqua di rubinetto. Acea inoltre non può dire che la sua è acqua  di montagna (ricordate qualche slogan famoso all’insegna dei superlativi?), perché le sorgenti del Peschiera di trovano a soli 416 metri di altitudine. Sulla base di queste argomentazioni, l’Autorità antitrust avvia la sua istruttoria.
“Con la memoria pervenuta il 7 febbraio 2005, nell'ambito del procedimento cautelare, Mineracqua, nel ribadire i profili di ingannevolezza rilevati nella segnalazione, sottolinea il grave pregiudizio economico che può derivare dalla diffusione del messaggio, sia ai consumatori, che possono essere indotti ad attribuire all'acqua erogata da Acea a Roma caratteristiche proprie di un'acqua minerale, che ai produttori di acque minerali in termini di calo delle vendite, dalla ulteriore diffusione dei messaggi in questione”.
Ed ecco la risposta di Acea: “…non è possibile configurare posizioni concorrenti a quella di Acea, trattandosi di una società che gestisce in posizione di monopolio il servizio idrico nell'area corrispondente al territorio di Roma e Provincia e che pertanto non può, per definizione, avere concorrenti. Inoltre, Acea sottolinea di non essere presente sul mercato delle acque minerali”.
Ma l’Autorità antitrust sembra avere le idee molto chiare: i due prodotti sono concorrenti,  “essendo l'acqua minerale un prodotto il cui consumo può essere alternativo a quello dell'acqua del rubinetto pubblicizzata”. Alla fine di una lunga e complessa istruttoria, l’Autorità assume una decisione salomonica. “Le indicazioni fornite nel messaggio non appaiono mendaci, né tanto meno idonee a ingenerare nei consumatori falsi convincimenti in relazione alle caratteristiche dell'acqua erogata agli utenti di Roma, di cui si limita a sottolineare la provenienza da sorgenti naturali, la potabilità, le apprezzabili caratteristiche organolettiche”. Tuttavia, l’Aurorità ritiene di sanzionare Acea perché “il messaggio pubblicitario, con esclusivo riferimento alla dicitura acqua di montagna, è idoneo a indurre in errore i destinatari relativamente all'origine dell'acqua cui si riferisce potendo, per tale motivo, pregiudicarne il comportamento economico”.

Come abbiamo avuto modo di vedere, non è più possibile parlare solamente di acqua, quanto piuttosto di acque, secondo criteri più commerciali che reali. Per la legge esistono tante “acque da bere”: acqua potabile, acqua minerale naturale e perfino artificiale (sì, proprio così), acqua di sorgente, acqua da tavola, acqua trattata (quella che alcuni ristoranti propinano ai propri clienti ottenuta tramite un impianto a osmosi inversa e poi gasata) che può costare 2,50 euro a caraffa. Essendo l’acqua ormai essenzialmente un bene economico, ha  un valore commerciale, come altri prodotti di largo consumo. Una risorsa che è soggetta alle regole del mercato, con le relative guerre commerciali e i giochi della concorrenza più spietata. Ma secondo molti non è possibile ridurre l’acqua in una merce qualunque, anche se assume la forma di una bottiglia. L’elemento primario della vita dovrebbe essere sottoposto a uno statuto speciale che tenga conto della sua natura di bene comune, secondo valori improntati alla solidarietà. Nel prossimo capitolo vedremo come sia difficile rispondere a queste obiezioni, affrontando la questione della privatizzazione in Italia dei servizi idrici. Senza dimenticare che l’acqua entrando in contatto con l’uomo assume mille facce e si impregna di mille significati. Diventa un ambito di scontro ideologico. Può essere lo specchio delle paure e delle speranze, della ricchezza e  della povertà. Soprattutto è denaro liquido.