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Le "guerre" dell'acqua sull'Appennino
Questa è la storia della corsa all’oro blu,
l’elemento naturale alla base della vita capace di generare un
giro d’affari mondiale di 80 miliardi di dollari e solo in Italia
di circa tre miliardi di dollari. Stiamo parlando solo dell’acqua
imbottigliata, perché i servizi idrici raggiungono addirittura
quota 400 miliardi di dollari. Acqua e denaro: un binomio inscindibile,
come dimostra questa storia. Siamo al confine tra Abruzzo e
Marche, un angolo di terra stretto tra la montagna e il mare. Zona
depressa, tanto da essere stata inserita tra le aree tutelate della
Cassa per il Mezzogiorno. Geograficamente non è Sud, ma
l’economia agropastorale e il dialetto fanno pensare più
all’Abruzzo che a una Regione del Centro con distretti
industriali all’avanguardia. Unica vera ricchezza, da sempre,
è l’acqua. Siamo nel regno della Sibilla e qui è
scoppiata una strana "guerra" dell’acqua, con sindaci e altri
amministratori locali che si contendono una ricchezza conosciuta fin
dall’antichità. Nell’antro misterioso della montagna
nascono generose sorgenti che alimentano fiumi impetuosi che convergono
nella valle del Tronto. Acque cristalline e di grande qualità,
che fanno gola a molti. E in tempi di bollicine, particelle di sodio
parlanti, miracolose acque "zero calorie" che fanno pin, pin a qualcuno
non è sfuggita l’idea di poter imbottigliare ciò
che madre natura fornisce gratuitamente per piazzarlo nei supermercati
con una bella etichetta, "Monti azzurri", e magari uno spot animato da
Pippo Baudo. Ad annusare l’affare però questa volta non
è la solita multinazionale di turno, ma il Ciip Spa, ossia il
vecchio Consorzio idrico (il gestore dell’acquedotto) diventato
nel frattempo una società di capitali, i cui azionisti non sono
Paperon de’ Paperoni, ma i Comuni della Provincia di Ascoli
Piceno.
La fabbrica dell’acqua per catturare quella ricchezza, con tanto
di finanziamento pubblico (due milioni di euro), con la relativa
concessione a sfruttare una fonte dei Sibillini, sembrava quasi fatta.
Tanto che ad Arquata del Tronto, i 1.500 residenti dispersi in 13
frazioni addossate alle falde del Monte Vettore, erano pronti a
festeggiare. Una ventina di posti di lavoro, venti famiglie da sfamare
grazie alla vendita dell’acqua imbottigliata in un moderno
stabilimento è una bella speranza di benessere. «A gelare
le aspettative degli abitanti è stato il presidente della
Provincia di Ascoli Piceno», racconta Guido Castelli, consigliere
regionale di Alleanza nazionale nel 2005. «La conferenza dei
servizi del 9 settembre 2004 aveva dato il via libera, si potevano
incominciare i lavori, ma a questo punto è iniziata la battaglia
tra Orazi e Curiazi sui giornali locali, tra favorevoli e
contrari». Con Massimo Rossi, avvocato, presidente della
Provincia, da pochi mesi eletto nelle liste di Rifondazione comunista,
esponente del Contratto mondiale dell’acqua, che lancia un
interessante dibattito: «È giusto imbottigliare e
commercializzare l’acqua, un bene comune? E ancora, è
giusto avviare il progetto prima di aver avuto una valutazione tecnica
dell’Autorità di bacino, quando lo stesso Ciip (ex
Consorzio idrico intercomunale) ha ammesso che ci possono essere
problemi in caso di emergenza idrica?». Infatti, dai rubinetti
degli abitanti di Ascoli Piceno sgorga la stessa acqua che finirebbe in
bottiglia e in caso di siccità, potrebbero esserci problemi di
approvvigionamento.
La “guerra” va avanti per mesi, alimentata dalle colorite
apparizioni di Aleandro Petrucci, 59 anni, sanguigno sindaco di Arquata
del Tronto, che vuole a ogni costo quella fabbrica, vista come una
gallina dalle uova d’oro. Grandi Baffi, corporatura robusta, mani
incallite, Petrucci parla in un italiano infarcito di dialetto
improvvisando pittoreschi comizi. Durante un consiglio provinciale
aperto arriva perfino a incatenarsi: chiede il rispetto dei tempi, in
modo da non perdere i finanziamenti e minaccia di assediare il Palazzo
del presidente “con pecore e ciucci”. Mentre la Provincia
sospende tutte le autorizzazioni richieste per lo sfruttamento delle
acque. Scende in campo pure il sindacato, ma diviso: da una parte la
Cisl favorevole alla fabbrica dell’acqua, dall’altra la
Cgil contraria. La controversia coinvolge anche le associazioni
ambientaliste, e perfino il Cai (Club alpino italiano), che difende
sorgenti e laghetti di montagna. «Tentativi di accaparrarsi
l’acqua dei Monti Sibillini ce ne sono stati anche nel
passato», racconta Luciano Carosi, ex direttore tecnico del
Consorzio idrico del Piceno. «Perfino Giuseppe Ciarrapico (noto
imprenditore del settore, nda.), nel 1988, ci aveva provato». Ma
in fondo che male c’è a imbottigliare l’acqua di una
piccola sorgente (circa 10 litri/secondo)? Perché gli abitanti
di un paesino arroccato sui Monti Sibillini si scaldano così
tanto e un presidente della Provincia fa di tutto per impedire il
commercio di quell’acqua che da sempre scorre nelle forre
dell’Appennino marchigiano?
«È vero che la sorgente si perde nel Tronto, ma se si apre
questa breccia molte altre società sono pronte a prendersi la
nostra acqua», dice William Scalabroni, anziano presidente del
Cai di Ascoli Piceno. «Ci sarebbe già un’altra
impresa che ha avanzato pretese sulla fonte Gelata». Acqua di
tutti che grazie a un’etichetta diventa un prodotto, un bibita
come tante capace di generare un sostanzioso profitto. Ma quanto
guadagna invece la pubblica amministrazione? Poco, molto poco.
Le attuali concessioni di acque minerali e termali in tutta la
provincia coprono un’estensione di 233,23 ettari. Le sei
concessioni fruttano all’erario appena 7.609,16 euro
all’anno. «Una somma che non basta nemmeno a coprire le
spese del personale addetto ai controlli», dicono in Provincia.
L’acqua “Monti azzurri” non esiste ancora e non si sa
se e quando apparirà sullo scaffale del supermercato; mentre la
storia prosegue tra duelli politici e sogni a dir poco effervescenti.
Nell’età dell’oro blu, nell’Italia del primato
europeo del consumo di acqua minerale (185 litri a testa
all’anno), sembra una storia di ordinaria follia contemporanea.
In un Paese che vanta un discreto patrimonio idrico, circa 47
chilometri cubi l’anno, più o meno la capacità del
lago di Garda, e una qualità al rubinetto da far invidia a
tante acque imbottigliate, il grande successo dell’acqua minerale
appare strano.
Spostiamoci al di là dei Sibillini, in quel di Perugia,
precisamente a Gualdo Tadino, patria della Rocchetta, resa famosa da un
passerotto irriverente e dal calciatore Alessandro Del Piero. Qui si
combatte da anni un’altra “guerra”, ma questa volta
sono gli abitanti che non vogliono l’ampliamento della fabbrica
dell’acqua. Cittadini organizzati nel Comitato Rio Fergia nato
all’inizio degli anni ’90, quando la Regione ha deliberato
di aumentare i prelievi alle sorgenti del rio Fergia nella zona di
Boschetto per alimentare gli acquedotti della valle Umbra sud. Per due
anni, il Comitato ha occupato la sorgente. Un battaglia tenace premiata
con la firma di un protocollo d’intesa, il 10 febbraio
1993, tra la Regione Umbria, i Comuni di Gualdo Tadino e Nocera Umbra e
il Comitato in rappresentanza della popolazione.
Passato qualche anno, la guerra dell’acqua si riaccende, questa
volta contro la Rocchetta che ha richiesto alla Provincia di Perugia la
concessione di 20 litri al secondo per dissetare un mercato in
crescita. Ma ecco che l’Arpa (Agenzia regionale protezione
ambientale) ipotizza che il permesso di ricerca avviato dalla
società Rocchetta ricada nel bacino di alimentazione della
sorgente Boschetto e potrebbe interferire, nei mesi tardo estivi,
ovvero durante le minime portate annuali, sui deflussi del Rio Fergia.
Il Comitato insorge, organizza assemblee pubbliche, raccoglie prove
sulla volontà della Rocchetta di voler a ogni costo accaparrarsi
l’acqua della zona costringendo il Comune di Gualdo Tadino a
rinunciare addirittura ai suoi 8 litri al secondo previsti dal
protocollo del ’93.
La disputa si colora anche di politica con la discesa in campo di
leader politici nazionali. Quell’acqua che sgorga pura dagli
anfratti calcarei dei Sibillini e che accende gli animi è
un’altra metafora dell’oro blu. Un’acqua che se
zampilla dai rubinetti costa meno di un euro al metrocubo (1.000
litri!), e quando finisce in una bottiglia di Pet diventa
“oro”. Pensate che stia esagerando? Bene, proviamo a fare
un po’ di conti.
Nella primavera del 2004, la Corte dei conti del Piemonte ha finalmente
squarciato il velo sul "mistero" delle concessioni minerarie per
l'estrazione del prezioso oro blu. Le ottanta pagine del dossier
dovrebbero far riflettere molti amministratori pubblici alle prese con
i tagli ai bilanci: sono le Province a incassare i magri canoni di
concessione delle fonti. La Provincia di Cuneo, per esempio, è
particolarmente ricca di sorgenti, alcune delle quali sono sfruttate da
multinazionali come la Nestlè. Un esempio: per la concesssione
Ulmeta, accordata alla San Bernardo (durata 20 anni) estesa su un'area
di 67 ettari, la Nestlè versa nelle casse della Provincia di
Cuneo meno del canone d'affitto di un box nel centro di Alba: 2528,28
euro all'anno. Ancora meno si paga per la concessione Rocca degli
Uccelli: 304,28 euro. E prezzi stracciati per i permessi di ricerca.
Nel 1999 è stato accordato un permesso alla San Pellegrino
(Nestlé) su un'area di 142 ettari nella zona di Mindino per 110
euro l'anno, il costo di una pizza tra amici.
La Corte dei conti lamenta la mancata collaborazione di molte Province nel
fornire i dati, con la sola eccezione di quella di Biella che ha fatto piena
luce sui costi sostenuti per gestire contabilità e controlli. La sola
attività di vigilanza di tre concessioni e di due permessi di ricerca è
costata all'amministrazione provinciale un totale di 17.642 euro annui,
contro gli 8.625 euro introitati come canoni di concessione e di
ricerca. Basta pensare che l'attività di polizia mineraria,
svolta da un geologo e un ingegnere minerario costa 12.889 euro l'anno.
Difficile riscontrare simili comportamenti generosi della pubblica
amministrazione in tanti servizi di prima necessità rivolti ai
cittadini: la retta di un asilo nido a Milano può costare molto
di più di un permesso di ricerca. Qualcosa non quadra,
evidentemente. Alle multinazionali, per esempio, è
richiesto un diritto di ricerca che rasenta il ridicolo: 2,32 euro a
ettaro. Per la concessione vera e propria, si paga 20,65 euro a ettaro,
ma se si tratta di acque termali si applica il
forfait: 774,68 euro. E non finisce qui. Nel 2001, la Regione Piemonte, ha
approvato la graduatoria per la concessione di contributi alle aziende di
acque minerali e termali per un impegno di spesa di lire 9.407.216.776 da
rimborsare in cinque anni e senza interessi; contributi, si legge nella
relazione, "a favore di interventi per lo sviluppo dell'offerta turistica".
Insomma, al danno si aggiunge la beffa, nonostante una vecchia legge del
1927 preveda la partecipazione dello Stato agli utili delle aziende che
imbottigliano. Ma qualcosa sta cambiando, dopo che la Lombardia ha
introdotto nel 2002 delle royalty più o meno equivalenti a una
vecchia lira a litro, a seguito di una lunga battaglia legale giunta
fino in Corte costituzionale. Anche la Regione Veneto, con la
Finanziaria del 2003, ha introdotto un criterio simile.
Mentre i produttori pagano l'acqua 0.02 lire al litro (che non ha senso
convertire in euro), la Lombardia per smaltire le bottiglie di plastica
spende 20-25 milioni di euro all’anno. Continuando con i numeri,
è utile fare un confronto con i costi della confezione. Secondo
un calcolo di Legambiente, la colla usata per attaccare
l’etichetta costa di più dell’acqua. Vediamo per
curiosità quanto incide il resto. La bottiglia di plastica
(chiamata preforma) può costare 5 centesimi di euro; il
tappo meno di un centesimo così come l'etichetta (dalle 4 alle
20 lire, per usare un’idea più chiara).
In Lombardia, dove operano la San Pellegrino (controllata dal gruppo Nestlé)
e numerose altre aziende, la Regione incassava fino al 2002 poco più di
75.000 euro all'anno dai canoni di concessione.
Si potrebbe obiettare: quell’acqua “pura e
cristallina” arriva però sulle nostre tavole, anzi nei
supermercati, sempre pura e incontaminata come se fosse appena sgorgata
dalla fonte. Nel corso di questo capitolo vedremo invece che la vera
forza di questo prodotto così “trend” deriva da un
immaginario collettivo che il marketing e la pubblicità sono
riusciti a intercettare con grande successo.
Pochi sanno infatti che la normativa relativa all’acqua minerale
è diversa da quella che regola l’acqua potabile. Per cui,
formalmente, la minerale non può essere definita “acqua
potabile”. Può sembrare un paradosso, ma è
così. Ovviamente questo non significa che ciò che
è contenuto in una bottiglia non è “buono da
bere”. Semplicemente, la maggioranza delle acque minerali in
commercio hanno parametri che non rispecchiano quelli relativi
all’acqua potabile. Un esempio: in Piemonte, dalle parti di
Biella, imbottigliano un’acqua con un residuo fisso (la
quantità di sali minerali contenuta in un litro) di appena 15
milligrammi/litro. Bene, nessun acquedotto potrebbe distribuire
quell’acqua perché “non potabile”. La legge
infatti stabilisce un minimo di 50 e un massimo di 1.500
milligrammi/litro per l’acqua di rubinetto. E’ una delle
particolarità che contraddistingue un settore per molti anni
nelle mani di imprenditori che hanno saputo approfittare scientemente
di una normativa nazionale, diciamo, benevola con i produttori e spesso
incurante degli interessi dei consumatori.
Numerose acque minerali, grazie alla particolare legislazione di cui
godono, possono contenere sostanze potenzialmente pericolose per la
salute ed elementi salini in concentrazione cosi elevate che, se
sottoposte alle analisi di laboratorio come l’acqua di rubinetto,
il responso potrebbe essere: “acqua non potabile” oppure,
più precisamente, “acqua non destinata al consumo
umano”. A questo tema ho dedicato un intero libro nel 2003
(Qualcuno vuol darcela a bere, Fratelli Frilli Editori) spiegando nel
dettaglio perché esistono due normative così diverse
anche se si tratta pur sempre di acqua che consumiamo tutti i giorni.
Come si spiega questa apparente contraddizione che non è
sfuggita al ministero dell’Industria? Spulciando la Guida alle
acque minerali naturali si legge a un certo punto: prima di consumare
un’acqua minerale consultate il vostro medico… La ragione
di questa avvertenza è semplice: essendo in origine un prodotto
“terapeutico” che si vendeva in farmacia potrebbe avere
indicazioni e controindicazioni. Un esempio: esiste un’acqua
minerale frizzante molto popolare che ha un residuo fisso di 1.280
milligrammi/litro, ossia oltre un grammo di sali per litro. Qualunque
medico sconsiglierebbe un consumo costante di questa acqua,
perché a lunga scadenza può provocare qualche problema
alla salute. Eppure, nonostante l’acqua minerale sia ormai bevuta
in alternativa all’acqua di rubinetto continuano a persistere
delle differenze nelle rispettive normative. Perfino l’ultimo
aggiornamento della legislazione relativa all’acqua a uso
umano (decreto legislativo del 2 febbraio 2001, n.31), con nuovi
rigorosi limiti per le sostanze tossiche, esclude dalla sua
applicazione, guarda caso, l’acqua minerale. Tanto che, se
quest’ultima dovesse sottostare ai parametri previsti per
l’acqua potabile, molti marchi in commercio dovrebbero essere
ritirati. E questo perché il legislatore ha considerato la
minerale ben altra cosa rispetto all’acqua potabile: cioè
acque medicinali “dotate di particolari virtù
terapeutiche”, come si può leggere alla voce
“acqua” del Dizionario della Lingua Italiana (G. Devoto
G.C. Oli, Edizioni Le Monnier, Firenze 1972).
Insomma, nel disciplinare il settore delle acque minerali naturali, lo
Stato italiano ha avuto un occhio di riguardo o non è stato
altrettanto puntuale nell’aderire alle direttive europee.
Perché? Possiamo immaginare che il peso economico e le esigenze
di business possano aver avuto un certo peso. Intendiamoci, nessuno ha
infranto la legge. C’è stata piuttosto un’azione di
lobbing che ha permesso alle aziende di ottenere una normativa come se
fosse un vestito su misura.
Ad accorgersi dell’incredibile disparità i trattamento
della legge e a denunciarne i possibili effetti è un personaggio
che merita un po’ di attenzione.
Tutto è partito da Rionero in Vulture, provincia di Potenza. Il
Vulture altro non è che un vulcano spento da oltre 150.000 anni.
L’acqua piovana che attraversa le antiche lave si carica di molti
elementi naturali, alcuni dei quali possono rendere l’acqua
particolarmente ricca di arsenico. Attorno alla vecchia caldera, tra i
fitti castagneti, l’acqua riaffiora dalle viscere del vulcano
assumendo caratteristiche particolari. Ci sono fonti sulfuree,
ferruginose e perfino leggermente frizzanti. Merlino è stato da
sempre attratto dal mistero di queste sorgenti, tanto che è in
grado di distinguere il rarefatto sapore di ciascuna fonte. Una
passione che lo ha portato a studiare chimica. Un po’ per questo
suo legame misterioso che lo lega all’acqua, un po’ per il
suo carattere ribelle, Merlino non riusciva a darsi pace a causa della
presenza di due stabilimenti che imbottigliano l’acqua del
vulcano, la stessa che da bambino poteva bere senza correre al
supermercato. Essendo perito chimico, si è dotato di un piccolo
laboratorio di analisi che, per la verità, somiglia alla stanza
segreta di un mago alle prese con qualche alchimia. In ogni modo,
Merlino ama ricercare ioni, molecole e tracce infinitesime di
sostanze che abbondano nella trasparenza dell’acqua. Ed è
così che si era reso conto che qualche acqua minerale era meglio
non berla oppure la si poteva tutt’al più sorseggiare, con
parsimonia come se fosse una medicina. Una situazione intollerabile per
il suo carattere sanguigno. Ad aggravare il suo risentimento verso
quelli che imbottigliavano l’acqua fornita da madre natura
guadagnando miliardi di lire, era stata la scoperta che la legge
permetteva di mettere in commercio perfino l’acqua “non
potabile”. Merlino voleva ad ogni costo che qualcuno prendesse
dei provvedimenti a tutela della salute pubblica. Si era rivolto al
sindaco e non aveva ottenuto nulla. Si era perfino spinto fino a
Potenza dal Prefetto per informarlo che occorreva intervenire e subito.
Niente da fare. Anche il Prefetto si era trincerato dietro la legge. A
questo punto non rimaneva che appellarsi all’Unione europea.
Prese carta e penna e scrisse la sua denuncia.
Era il 2 luglio 1999 e quando Merlino finì di scrivere la sua
lettera alla Commissione europea, non poteva certo immaginare il
terremoto che avrebbero causato le scarne cifre gettate su quel foglio
bianco. Numeri strani con tanti 0 e virgole espressi in microgrammi e
milligrammi. Merlino segnalava che qualcosa non quadrava: 19 sostanze
tossiche potevano essere presenti nella minerale in misura superiore
rispetto ai limiti previsti per l’acqua di rubinetto.
La Commissione europea, incredibile ma vero, ha ascoltato
l’allarme lanciato da Merlino e ha avviato una procedura
d’infrazione nei confronti dell’Italia (1999/4849 ex
articolo 226 Trattato: sfruttamento e commercializzazione delle acque
minerali naturali).
Bruxelles ha contestato il decreto emanato dall’Italia nel 1992
che disciplina le acque minerali. In sostanza, il Governo italiano
doveva chiarire perché ha fissato limiti per le sostanze
tossiche largamente superiori a quelli ammessi per l’acqua di
rubinetto. Un richiamo forte ed esplicito scritto nero su bianco in una
lettera inviata al nostro ministero degli Esteri in cui si legge che
«le norme in materia di acque minerali naturali perseguono
l’obiettivo prioritario di proteggere la salute del
consumatore...».
In effetti, lo stesso ministero della Salute italiano sapeva bene che
la sicurezza dell’acqua poteva essere minacciata altrimenti
perché alle sollecitazioni di Bruxelles rispondeva in modo
interlocutorio? «Approfondimenti di carattere tecnico-scientifico
degli ultimi anni hanno fatto emergere l’opportunità di
ridurre le concentrazioni massime ammissibili per alcuni elementi quali
l’arsenico, il cadmio, il piombo, il bario e il cromo». Il
ministero non dice però che quegli approfondimenti erano
già disponibili prima del 1988, anno del varo di un decreto che
disciplina l’acqua potabile. Incalzato dalla Commissione europea,
il ministero della Sanità ha inviato, nell’ottobre 2000,
uno schema di modifica del decreto del 1992, fissando limiti più
severi per le 19 sostanze tossiche o indesiderabili, in linea con
quanto previsto per l’acqua potabile da un vecchio decreto del
1988. Sì, perché nel frattempo è stato emanato un
nuovo decreto legislativo, che ha abbassato ulteriormente i valori per
l’acqua potabile. Per esempio, il valore dell’arsenico
è passato da 50 a 10 microgrammi/litro, come raccomandato da
anni dall’Organizzazione mondiale della sanità per evitare
il rischio di ammalarsi di un particolare tipo di tumore.
Le contestazioni mosse al Governo italiano dal commissario David Byrne,
il 3 agosto 2000 (numero di protocollo 105.852) sono pesanti: «La
legislazione italiana autorizza la presenza nell’acqua minerale
naturale di sostanze inquinanti o contaminanti delle quali non dovrebbe
essere rilevata alcuna traccia in questo tipo di acqua». Un
argomento non nuovo, trapelato qua e là in qualche sporadico
trafiletto di giornale subito rintuzzato da paginate di
pubblicità dei produttori di minerale. Tanto che nel Parlamento
italiano e anche in seno allo stesso Governo italiano erano state mosse
forti critiche verso la normativa che disciplina le acque minerali e i
possibili rischi per la salute.
La reazione di Mineracqua (associazione di categoria del settore acque
minerali aderente a Confindustria) alla procedura d’infrazione e
alle notizie affiorate sulla stampa è a dir poco sorprendente.
Invia un comunicato alle imprese associate dove si legge: ”In
relazione alle notizie stampa che riportano un comunicato
dell’Unione nazionale consumatori, in attesa degli accertamenti
che abbiamo immediatamente avviato a livello di Unione europea, Vi
invito, nel caso in cui foste direttamente interpellati da giornali o
televisioni, a non rilasciare dichiarazioni ma di rinviare alla Vostra
Associazione per qualsiasi commento”. Gli interessi in
campo sono ingenti e un’informazione critica può creare
gravi danni al florido settore economico che fino a quel momento era
stato lasciato libero di espandersi e di crescere senza troppi vincoli.
Alberico Giostra e Oliviero Beha dedicano alla spinosa querelle
addirittura la puntata del 20 Novembre 2000 di Radio a Colori, con
un’intervista al chimico Pasquale Merlino e a Fernando Maurizi,
presidente dell’Ordine dei chimici del Lazio, Umbria e Molise
nonché consulente di diverse fonti di acque minerali che
afferma: “L’acqua minerale è un’acqua
medicinale, è un’acqua curativa, è un’acqua
che va bevuta con grano salis, perché ha delle
caratteristiche peculiari notevoli”. Non era mai successo che la
Rai parlasse esplicitamente delle acque minerali al di fuori degli
spazi “ammaestrati” dalla pubblicità. La furiosa
reazione di Mineracqua è il segnale che il limite era stato
superato. Il 29 novembre l’organizzazione confindustriale invia
una raccomandata al direttore generale della Rai lamentandosi
della qualità delle informazioni fornite dalla trasmissione
radiofonica Radio a Colori. Invia anche una lettera
all’amministratore delegato della Sipra Spa (la società
concessionaria di pubblicità della Rai e di numerose testate
giornalistiche), in cui si legge: “Come potrà comprendere,
il tono generale della trasmissione, in particolare, talune
affermazioni false e diffamatorie nei confronti del settore industriale
che rappresento, contrastano con lo sforzo finanziario sostenuto dalle
imprese in comunicazione e pubblicità sulle reti Rai. Non
mancheremo, da parte nostra di fare le opportune riflessioni
sull’entità degli investimenti pubblicitari affidati alla
Sipra, il cui ritorno è gravemente pregiudicato da una
trasmissione della Rai priva di un controllo di qualità sui
contenuti e sugli interlocutori”. Il ricatto adombrato da
Mineracqua è un’arma che è stata più volte
utilizzata nei confronti della stampa che avesse osato mettere il naso
tra bollicine, etichette con vette innevate e ruscelli incontaminati.
Ma le notizie apparse qua e là non potevano essere tutte
sottoposte a un rigido controllo. Ormai l’affaire acqua minerale
era approdato in Parlamento con interrogazioni molto dure che
chiedevano conto al ministro della Sanità di quanto stava
accadendo tra Bruxelles e Roma. Insomma, per i produttori di acqua
minerale è troppo tardi.
Così, dopo l’intervento dell’Unione europea,
l’Italia con il decreto ministeriale del 31 maggio 2001, ha
abbassato per le acque minerali i limiti per alcuni parametri: arsenico
totale (da 200 a 50 microgrammi/litro), cadmio (da 10 a 3
microgrammi/litro), piombo (da 50 a 10 mcrogrammi/litro), boro (da 5,25
a 5,0 milligrammi/litro), nitriti (da 0,03 a 0,02 milligrammig/litro),
bario (da 10 a 1 milligrammo/litro). Per i microinquinanti organici
(fenoli, tensioattivi, oli minerali-idrocarburi disciolti o
emulsionati, idrocarburi aromatici policiclici, pesticidi e bifenili
policlorurati, composti organoalogenati), il decreto dice assente al
limite di rilevabilità del metodo analitico, secondo quanto
previsto dagli “Standard methods for the examination of
water and wastewater”, 20a edizione, 2000.
Lo Stato italiano, per cercare di bloccare la procedura di infrazione
dell’Unione europea, aveva provveduto a inviare a Bruxelles una
proposta di modifica con qualche deroga. Una di queste riguarda il
bario, sostanza tossica ad alte concentrazioni. Si legge in una lettera
del ministero della Sanità, Dipartimento della prevenzione, del
3 ottobre 2000, in relazione alla procedura d’infrazione aperta
dall’Ue nei confronti dell’Italia: “… al fine
di consentire alle aziende interessate di ricercare eventualmente una
diversa captazione dell’acqua minerale e, ove ciò non
fosse possibile, evitare un impatto negativo immediato
sull’occupazione per la chiusura delle aziende, potrebbe essere
inserita nel decreto relativo al nuovo articolo 6, la precisazione che:
per le acque già riconosciute, limitatamente al parametro
bario, l’entrata in vigore del presente decreto è
differita di mesi sei”. La preoccupazione principale
del ministero della Sanità è la tutela dei posti di
lavoro, un po’ meno per la salute.
E’ interessante notare un fatto importante, a proposito di
sicurezza alimentare. Il nuovo decreto finisce per mettere nei guai
molte aziende, perché non erano e non sono in grado di
assicurare la totale assenza di microinquinanti organici.
L’inquinamento è così diffuso che tracce di fenoli
o idrocarburi sono presenti ovunque, perfino nei ghiacci del Polo Nord.
Ma per un prodotto che vanta la sua purezza a suon di superlativi
è un bel problema. Dopo il maggio 2001 e fino alla fine
del 2003, si è andati avanti giocando a rimpiattino, con
il ministero della Salute costretto a chiedere i certificati con le
analisi conformi al volere dell’Unione europea, e le aziende che
temporeggiavano o inviavano analisi parziali oppure ottenute con metodi
non contemplati dalla legge. Alla fine oltre 200 marche su 260 sono
risultate fuori norma. Fenoli, idrocarburi e altre simili sostanze si
possono trovare nelle acque minerali anche se in concentrazione tale da
non generare preoccupazioni eccessive per la salute dei consumatori, ma
la presenza di quei composti chimici rivelano che una qualche forma di
contaminazione esiste. Che cosa ci si poteva aspettare a questo punto?
Poteva il ministero della Salute diffondere una lista nera e mettere in
ginocchio un intero e lucroso settore industriale? La risposta è
ovvia. Di fronte a questa situazione a dir poco imbarazzante, il
ministero della Salute ha colto al balzo l’opportunità
offerta da una nuova Direttiva europea sull’acqua minerale
(2003/40) recepita con un apposito decreto del 29 dicembre 2003. Da una
parte l’Italia si adegua ai nuovi parametri che sono quasi in
linea con quelli previsti per l’acqua potabile, ma in una tabella
allegata resuscita i microinquinanti organici, che sono ritornati a
essere tollerati.
Una decisione che ha suscitato scalpore tra le associazioni di
consumatori che hanno parlato di decreto salva acqua minerale. Il
decreto del ministro Sirchia «ha introdotto una soglia di
tolleranza per una serie di sostanze tossiche ad alto rischio grazie
alla quale le grandi aziende produttrici di acque minerali possono
continuare a immettere sul mercato prodotti altrimenti fuorilegge, in
danno dei consumatori e in contrasto con le normative europee».
Così Loredana De Petris, senatrice dei Verdi e capogruppo in
commissione Agricoltura e Alimentazione, ha chiesto al ministro della
Salute di revocare il decreto ministeriale del 29 dicembre 2003 con il
quale si stabilisce per tensioattivi, oli minerali, antiparassitari,
policlorobifenili, idrocarburi e altre sostanze pericolose una soglia
di rilevabilità strumentale al di sotto della quale le aziende
produttrici potranno continuare a dichiarare che le acque minerali
imbottigliate sono esenti da ogni inquinamento. «L'inchiesta
avviata dalla Procura della Repubblica di Torino - prosegue la
senatrice - aveva accertato nel giugno scorso (2003, nda.) che 23 delle
28 marche di acque minerali analizzate non rispettavano l'obbligo di
legge di essere completamente prive delle sostanze tossiche in
questione; successivamente il numero delle marche non in regola
è salito a 86». Per la senatrice De Petris, dunque,
«invece di affrontare all'origine le cause dell'inquinamento, il
ministro della Salute si è inventato, in piena festività
natalizie, questo singolare espediente giuridico, che non ha alcun
riscontro nella normativa comunitaria, grazie al quale le acque
minerali inquinate diventano miracolosamente pure». Con questo
decreto, secondo la senatrice, «si consente la presenza di
composti nocivi in acque spesso pubblicizzate come benefiche per la
salute».
A proposito di rischi sanitari, nella tarda primavera del 2004, la
Procura della Repubblica di Bari ha concluso le indagini sulla presunta
non genuinità e pericolosità per la salute pubblica di
alcuni lotti di acque minerali della zona del Vulture (Potenza).
Secondo l’inchiesta, una certa acqua effervescente naturale
è risultata non solo pericolosa per la salute pubblica, ma anche
non
genuina e in cattivo stato di conservazione per la presenza di valori
di nitriti (0.07 milligrammi per litro) superiori al limite (0.03
mg/litro) fissato dalla legge. In un altro campione di acqua minerale
naturale, invece, prelevato in un supermercato del barese nell'ottobre
2002, i valori di “vanadio e arsenico erano superiori al limite
previsto per le acque destinate al consumo umano, nonché valori
difformi per rame, zinco e selenio, indicati come principali
oligoelementi antiossidanti
in grado di prevenire o curare patologie umane, così rendendo un
prodotto destinato al consumo alimentare non genuino”.
L’inchiesta di Bari era partita da una denuncia
dell’Adusbef (associazione di consumatori) e di Pasquale Merlino.
Ma questo processo è un caso piuttosto raro.
La potente lobby dei produttori di acqua minerale gode di privilegi e coperture che forse non ha eguali in altri Paesi.
In un rapporto dedicato ai problemi dell’inquinamento, presentato
al primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin, il 12 febbraio 2004,
si afferma: “Lo sviluppo dell’offerta e il livello di
consumo dell’acqua minerale fortemente mineralizzata, un tempo
riservata a chi aveva bisogno di cure mediche, non è oggetto di
un attenzione sanitaria sufficiente, soprattutto per i possibili
effetti sui bambini”. Impossibile ritrovare una simile
attenzione su questo tema in Italia da parte delle pubbliche
istituzioni. Il settore ha un peso economico enorme. Il fatturato, come
abbiamo detto, sfiora i 3 miliardi di euro, circa 6.000 miliardi di
lire, più della la metà del valore di tutto il mercato
del ciclo idrico integrato in Italia che comprende l’acqua
potabile, la manutenzione delle fognature e la depurazione.
Probabilmente è a causa dell’importanza economica di
questo settore che sulla stampa non si trovano quasi mai notizie che
possono mettere in pericolo il lucroso business. Il 3 ottobre 2003,
un dispaccio dell’Ansa annunciava il sorprendente risultato
di una ricerca. Secondo un gruppo di ricercatori britannici
dell’Università del Galles di Cardiff, circa il 12 per
cento delle infezioni da campylobacter, il microbo responsabile di
molti avvelenamenti, vengono contratte bevendo acqua in bottiglia. E
ancora. Funghi e batteri sono stati trovati in 68 bottiglie di acqua
minerale in commercio. Ne ha dato notizia il ricercatore olandese
Rocus R Klont, durante il meeting dell’American society for
microbiology tenutosi a Washington nell’autunno del 2004. A
quanto sembra i campioni provenivano da nove Paesi europei e sette
extraeuropei. Nel 1999 negli Stati Uniti, il Natural resources defense
council ha pubblicato le conclusioni di uno studio durato quattro anni
sull’industria dell’acqua in bottiglia in America. Dalla
ricerca è emerso che un quarto delle marche in commercio non
rispetta i limiti sanitari imposti a questo prodotto dalla legislazione
statunitense. Inoltre, in molti campioni sono stati riscontrati livelli
inaccettabili di batteri coloformi, batteri Hpc, arsenico e
trialometani. Si tratta di ricerche che raramente superano la barriera
degli ambienti accademici in cui circolano e quando qualche notizia
trapela, la stampa e la televisione non ne parlano per il timore di
ritorsioni da parte degli inserzionisti che inondano di paginate di
pubblicità e spot che “dissetano” gli aridi bilanci
delle aziende editoriali. Una pressione che in Italia è
più marcata che altrove a causa dell’importanza del
settore nella nostra economia.
Il Made in Italy detiene la posizione leader nel mercato mondiale
dell’acqua minerale, con 177 imprese e 287 marchi, 11 miliardi di
litri imbottigliati di cui oltre 1 miliardo esportato, pari al 10
per cento della produzione. Basta pensare che americani e canadesi sono
grandi consumatori di note marche italiane. Nel mondo si consumano 120
miliardi di litri di acqua imbottigliata con un mercato che vale
circa 80 miliardi di dollari. L’Europa Occidentale consuma
1/3 del totale pur avendo solo il 6 per cento della popolazione
mondiale e produce circa 38 miliardi di litri (33,7 acque
minerali e 4,1 di acque di sorgente). La corsa al consumo di acqua
minerale sembra dunque inarrestabile. Grazie anche alla quasi assenza
di informazione critica. I programmi televisivi sono
“controllati” dai produttori che riversarno sulle reti
milioni di euro in pubblicità (nel 2002, secondo Nielsen, circa
300 milioni di euro, quasi 600 miliardi di vecchie lire, ma nel 2003
questa quota è stata incrementata del 29,5%). Pochi giornali
osano spiegare davvero che cosa si nasconde dietro le bollicine. Fanno
eccezione alcuni coraggiosi programmi radiofonici e televisivi, come
quelli messi in onda da Radio Vaticana, Radio 1 con la trasmissione La
Radio a colori di Oliviero Bea e Tg Leonardo sulla terza rete Rai.
Un altro settore promettente per i signori dell’oro blu è
l’acqua in boccioni da 18 litri o 5 galloni. Può essere
“acqua di sorgente” oppure acqua potabile, con
un’etichetta che le dà un tono. Un commercio in crescita
che, nel 2002, in Europa ha raggiunto il 3 per cento del mercato
dell’acqua confezionata, con circa 1,4 miliardi di litri di cui 1
miliardo in Europa occidentale e 400 milioni in Europa orientale. E per
il futuro si prevede una vera e propria esplosione degli affari. La
Zenith International stima un aumento del 17 per cento degli impianti
di refrigerazione (le colonnine che ormai si ritrovano nelle
comunità e nei centri commerciali), che quadruplicati in 5
anni, sono solo in Europa circa 2.100.000.
Lo spazio di crescita di questo zampillante mercato è enorme. Si
stimano 3 refrigeratori ogni 1.000 abitanti in Europa, contro i 30
negli Usa. L’aspetto stupefacente di questo lucroso commercio
è che le comunità che impiegano questi boccioni pagano un
servizio che esiste già: l’acqua che esce dai rubinetti.
Anche in questo sottosettore dell’acqua imbottigliata, i leader
sono sempre gli stessi: Nestlè, che in Europa si presenta con il
marchio Nestlè Acquarel, segue Danone che ha acquisito
Château d’eau (ex Suez lyonnaise des eaux). La
multinazionale francese Danone che produce, commercializza e
vende un'ampia gamma di prodotti alimentari, tra cui latticini, acqua
minerale, bevande analcoliche, biscotti e snack (marchi Lu e
Saiwa), ha acquisito la Château d'eau international (Cei) nel
2002, una società francese che opera su scala europea nel
mercato della fornitura di erogatori d'acqua in boccioni. E fin qui non
ci sarebbe nulla di strano. Ma c’è una
particolarità: le Cei era interamente controllata dalla Ondeo,
società del gruppo Suez, che si occupa di acqua in tutti i suoi
molteplici aspetti.
In Italia, la Cei opera tramite alcune controllate: Château d'eau
Italia Srl, Rio Srl e Drink Cup Spa. Quest'ultima è una
società che imbottiglia acqua di sorgente in boccioni da 18,9
litri, distribuiti da una rete estesa in tutto il territorio nazionale,
con una quota di mercato compresa tra il 20 e il 30 per cento. Le
altre quote sono detenute da Culligan Italia, Aquapoint e Bpm.
In Italia, nel 2002, sono stati venduti 110 milioni di litri con una
crescita del 29 per cento e sono stati distribuiti 160.000
refrigeratori, con un giro d’affari di 44 milioni di euro. La
società italiana pioniera del settore è la marchigiana
Drink Cup (sorgente Meteora) che è stata acquisita dal gruppo
Danone. Seguono tre gruppi che hanno sede in Emilia Romagna: Gruppo
Sem, Norda e Culligan Italia. Quest’ultimo distributore è
collegato a Veolia Water (società nata dalla Vivendi) che
troveremo nel secondo capitolo come gestore di alcuni acquedotti del
Belpaese.
Al primo posto nel mondo delle acque in bottiglia troviamo
l’onnipresente Nestlè. Il gruppo svizzero detiene il 17
per cento del mercato mondiale con un giro di affari, nel 2002,
di 7.700 miliardi di franchi svizzeri. Presente in 130 nazioni
con 77 marchi di acque, in Italia possiede 10 stabilimenti e
altrettanti marchi tra cui San Pellegrino, Levissima, Vera, Panna, San
Bernardo, Pejo, Recoaro. Nel nostro Paese realizza un fatturato di 870
milioni di euro di cui 60,2 milioni di euro spesi in
pubblicità. Fino a non molto tempo fa un altro grande
protagonista del mercato era la multinazionale francese Danone che
recentemente ha ceduto i marchi italiani all’armatore napoletano
Carlo Pontecorvo, 54 anni, napoletano, che così è
diventato proprietario tra l’altro della Ferrarelle, centenario
marchio di acqua minerale ritornato italiano al prezzo di 130 milioni
di euro, secondo indiscrezioni apparse sulla stampa. Alla Holding
Ricciardi di Pontecorvo, il 10 gennaio 2006, è così
passata la romana Italaquae, numero quattro del mercato italiano
dell’acqua minerale con una quota di circa l’8 per cento.
Oltre a Ferrarelle e Boario, controlla i marchi Santagata e
Natìa, ha la licenza per 15 di VitaSnella e la distribuzione
esclusiva in Italia di Evian, fiore all’occhiello di Danone. La
multinazionale francese, che ha un giro d’affari in tutto il
mondo di 3 miliardi e 700 milioni di euro ha così abbandonato il
complicato mercato italiano dell’acqua minerale. Nel mondo i suoi
marchi più venduti sono Evian, Volvic, Wahaha e Aqua. Attraverso
la società Eden Spring controlla il 20 per cento del mercato
europeo dell’acqua in boccioni.
In questa hit parade delle corporation dell’acqua
c’è pure Coca Cola, il gruppo americano che ha sede ad
Atlanta mantiene lo scettro a livello mondiale nel settore delle bibite
ed è l’8° gruppo alimentare al mondo. Tra
l’altro all’inizio del 2006 ha acquisito le fonti del
Vulture tanto care a Pasquale Merlino. Sempre più aggressivo nel
mercato delle acque imbottigliate, il gruppo Coca Cola possiede i
marchi: Dasani negli Usa, Ciel in Messico, Nevada in Venezuela,
Bonacqua in Brasile, Kin in Argentina, Vital in Cile. Con il marchio
Bonaqua vende anche in Germania, Svezia, Polonia, Repubblica
Ceca, Spagna e Russia. Recentemente ha dovuto ritirare dal mercato
inglese migliaia di bottiglie Dasani perché, oltre ad essere una
comune acqua da tavola, cioè di rubinetto, conteneva bromato in
concentrazione troppo elevata.
Buona la posizione della San Benedetto, gruppo veneto che possiede
quattro stabilimenti e nove marche. Oltre all’omonima marca,
commercializza Acqua di Nepi e Guizza (l’acqua minerale
più venduta in Italia). E’ già tra i primi quattro
produttori del mercato spagnolo e si prepara a conquistare il mercato
dell’Est europeo in joint venture con Danone. La storia della San
Benedetto inizia nel 1956, a Scorzè (Venezia) più
precisamente nella località Guizza, nei pressi di un pozzo
artesiano tuttora funzionante. Fa parte del gruppo Finanziaria San
Benedetto, che nel 2002 ha fatturato per 580 milioni di euro (511 solo
il settore acqua), dà lavoro a 2.000 dipendenti e detiene il 12
per cento del mercato italiano delle acque minerali. Oltre a
imbottigliare per PepsiCola e Ferrero, ha stretto alleanze con Cadbury
Schweppes e Danone per l'allestimento di stabilimenti comuni in Europa.
Sono suoi sono anche i marchi Caudana, Guizza, Oasis, Orangina,
Powerade. Nel 2003 ha speso 25 milioni di euro in pubblicità (di
cui 24 milioni per spot in Tv), l'8 per cento in più rispetto
all'anno prima. Dal 1972 appartiene all'imprenditore veneto
Gianfranco Zoppas, che possiede anche il gruppo Zoppas Industries
attivo nel settore dei macchinari per la produzione di plastica e delle
resistenze elettriche.
A Padernello in provincia di Treviso in un’area Sic (Sito di
interesse comunitario), su una superficie di 39 ettari, la San
Benedetto vorrebbe costruire un nuovo stabilimento con 2.750.000 metri
cubi di fabbricati. Dovrebbe prelevare 7 milioni di litri al
giorno dagli acquiferi che alimentano il fiume Sile. Ma il progetto ha
suscitato la protesta della popolazione, delle associazioni
ambientaliste e una interrogazione parlamentare proprio per la
vicinanza dello stabilimento all’area protetta. Il 19 gennaio
2005, l’onorevole Luana Zanella, ha presentato una dura
interrogazione al ministro della Salute. L’atto parlamentare
è un piccolo trattato dei problemi e dei conflitti che si creano
con lo sfruttamento intensivo delle fonti a fini commerciali.
Il via al progetto era stato dato il 6 agosto 2004, quando la Giunta
regionale del Veneto ha approvato la delibera n. 2508 avente per
oggetto: «Ditta: S.
Benedetto S.p.a. rilascio della concessione di acqua minerale da
denominare «Fonte della rondine» in Comune di Paese
(Treviso) - legge regionale 40/1989». Così la Regione
dà il benestare per l'estrazione di acqua nel sito di
Padernello, località di Paese. Si legge
nell’interrogazione: “La carta idrogeologica della
provincia di Treviso considera la zona del sito oggetto di concessione
da parte dello Regione Veneto, come ‘zona a vulnerabilità
elevata’ essendo un'area di ricarica degli acquiferi, dove il
sottosuolo è costituito prevalentemente da materiali ghiaiosi
che si prestano a una facile veicolazione di eventuali elementi
inquinanti sia per quanto riguarda la fase satura che quella insatura”.
Il 12 gennaio 2004, l'Area tecnico scientifica “Osservatorio
acque interne” dell'Arpav (Agenzia regionale protezione
ambientale del Veneto), ha stilato una relazione, firmata dal geologo
Filippo Mion. Dalle indagini idrogeologiche e chimiche sul sito del
nuovo insediamento su campioni di acqua prelevati nei pozzi risultano
concentrazioni di ferro disciolto, manganese e arsenico superiori al
limite di legge. Non solo. L'Arpav sottolinea che il superamento delle
concentrazioni massime di legge «può presentare un rischio
per la salute pubblica». E ancora: è stata riscontrata la
presenza dell'inquinante 3-secbutil-6-metiluraclile con 0,45
microgrammi/litro. La relazione dell’Arpav, citata più
volte nell’interrogazione parlamentare, si preoccupa anche della
“compromissione quantitativa” dell’acqua che alimenta
le risorgive un po’ più a valle e afferma che si tratta di
un’area “idrogeologicamente critica, in cui qualsiasi
fattore esterno potrebbe stravolgere i delicatissimi equilibri
esistenti” e sconsiglia di “imbottigliare acque sotterranee
con le caratteristiche chimico-fisiche come quelle accertate per il
fatto che alcuni parametri sono superiori ai limiti imposti dalla
normativa vigente in materia di inquinamento delle acque e delle acque
per il consumo umano».
Oltre tutto la provincia di Treviso aveva accertato la presenza del
microinquinante organico denominato 3-sec-butil-6-metiluracile, nelle
acque di falda dei comuni di Quinto e Paese, utilizzate anche a scopo
potabile. Un inquinamento della falda freatica rilevato nell'estate del
2000 e nel febbraio 2001, quando apparve pure il desetilatrozino, al
punto che i sindaci dei due Comuni dovettero emettere il divieto d'uso
a scopo potabile di tutti i pozzi pescanti ad una profondità
minore di 50 metri. Sembra che il composto inquinante in parola sia un
prodotto di degradazione del principio attivo Bromocile,
commercializzato per il diserbo di aree incolte
e probabilmente smaltito nella discarica ex cava Tiretto situata in
prossimità del sito della San Benedetto. A conclusione
della lunga interrogazione parlamentare, si chiede di negare il
rilascio del riconoscimento dell'acqua minerale naturale prelevata dal
sito di Padernello di Paese. A quanto sembra il ministero non ha
ancora risposto.
Il 18 marzo del 2004, era toccato a un gruppo di attivisti del Venezia
Social Forum lanciare l’allarme con una manifestazione
all'interno della Fiera di Padova contro lo sfruttamento idrico da
parte di aziende private, in particolare la San Benedetto di
Scorzè (Venezia), esibendo striscioni con la scritta «Stop
ai vampiri della nostra acqua».
Gli ambientalisti manifestavano per il timore che la Regione
Veneto potesse autorizzare la San Benedetto al prelievo di acque da
destinare al nuovo stabilimento. «Siamo fortemente contrari a
questo progetto - ha spiegato per il Social Forum Michela Vitturi
– perché con questo stabilimento saranno causati danni
irreparabili all'intero e prezioso ecosistema delle risorgive della
zona». Secondo gli ambientalisti, «lo stabilimento
trevigiano, già costruito e dotato di impianti per iniziare a
produrre acque minerali, preleverà sette milioni di litri di
acqua al giorno, e porterà a un forte aumento del traffico sulla
statale Postioma, stimato in duecento tir al giorno».
L’impatto ambientale dell’industria dell’acqua
minerale è notevole, ma poco studiato. Un impatto che deriva
dalla grande quantità di imballaggi prodotta - circa 10 miliardi
di bottiglie di plastica ogni anno - e da un assurdo peregrinare di
bottiglie da Nord a Sud del Paese. Per trasportare l'acqua minerale
prodotta ogni anno servono infatti 300.000 Tir che contribuiscono
in modo significativo all’effetto serra. Non è infrequente
in Sicilia, per esempio, bere acqua minerale che arriva dal Trentino,
dalla Lombardia e dal Veneto come se l’isola fosse un deserto
senza una goccia d’acqua. Il consumo eccessivo di acqua in
bottiglia produce almeno 150.000 tonnellate di rifiuti in plastica.
Smaltire una bottiglia costa circa un centesimo (quasi 25 lire, 600
lire al chilogrammo o 0,31 centesimi di euro).
Nonostante tutte le argomentazioni contrarie, l’acqua minerale
ormai fa parte dei nostri consumi quotidiani. E’ raro infatti che
sulle nostre tavole non ci sia una bottiglia di plastica che denota
anche un livello di benessere inimmaginabile fino a non molti anni fa,
quando l’Idrolitina era il massimo cui potevano aspirare gli
italiani che avevano da poco tempo conquistato il diritto ad avere
l’acqua potabile in casa. Un lusso che nel dopoguerra pochi
potevano permettersi. Ancora nel 1951, a Pesaro, solo il 37,6 per cento
dell’acqua erogata finiva nelle case. Il resto era destinata agli
esercizi pubblici e alle fontane. Non si deve però pensare che
il consumo di acqua minerale sia un “male” esclusivo dei
nostri tempi. Lo storico Paolo Sorcinelli racconta che già nel
1762 Montecatini esportava 112 barili dell’acqua del
Tettuccio, e l’acqua imbottigliata si vendeva ai
“signori” per curare i più disparati malanni. Certo,
non era un prodotto di largo consumo. Occorre attendere l’avvento
della televisione commerciale per veder dispiegata tutta la forza di un
settore effervescente. Il merito (o colpa a seconda dei punti di vista)
è da attribuire in gran parte alla pubblicità. Una
réclame che spesso confonde le idee, attribuendo
all’acqua effetti miracolosi: ad esempio, è assolutamente
sbagliato il concetto che l’acqua povera di sodio non faccia
ingrassare, favorisca l’eliminazione della cellulite o faccia
bene in assoluto. “L’acqua povera di sodio ha una
azione diuretica e combatte quindi la ritenzione idrica, ed è
indicata terapeuticamente per coloro che hanno ipertensione”,
spiega Michele Carruba, direttore dell’Istituto di Farmacologia
dell’Università degli Studi di Milano. “Ma il
sovrappeso non ha nulla a che vedere con la ritenzione idrica:
l’obesità è causata da un eccesso di lipidi
(grassi) nelle cellule adipose; anzi un individuo grasso spesso
è anche un individuo disidratato perché le cellule
adipose contengono molto meno acqua di tutte le altre cellule”.
Quindi, tranne in casi specifici, sono molto meglio le acque mediamente
mineralizzate (come è in genere anche l’acqua del
rubinetto) perché contengono opportune quantità di tutti
quegli oligoelementi di cui l’organismo ha bisogno, compreso il
sodio, che è fra l’altro indispensabile per il corretto
funzionamento del sistema nervoso.
“Per quanto riguarda l’acqua del rubinetto, l’unico
problema che in genere presenta è che spesso deve essere
clorurata per questioni igieniche e il sapore del cloro ad alcuni
può non piacere”, aggiunge il professor Carruba.
Ma l’acqua di rubinetto non fa sognare, nessuno quasi la
pubblicizza. Così, il rapporto emozionale con l’acqua
potabile non è molto gratificante. A chi verrebbe in mente di
reclamizzare gli effetti antiossidanti e perfino ringiovanenti del
selenio disciolto? Ebbene, una nota marca ha impostato la sua campagna
proprio puntando su questo argomento. Peccato che il Giurì di
autodisciplina pubblicitaria abbia messo sotto “processo”
l’ardito spot. Così, è toccato al professor
Carruba dimostrare l’infondatezza e di conseguenza
l’ingannevolezza di quel messaggio. Infatti, per avere qualche
speranza di ottenere un beneficio da quell’elisir
dell’eterna giovinezza occorre bere circa 60.000 litri,
sì, e per di più in un sol colpo…
Sono tanti i messaggi ingannevoli di cui si è occupata
l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. A
volte si tratta di vera e propria pubblicità occulta.
L’Autorità, per esempio, ha pizzicato il settimanale Amica
che in un articolo apparso sul n.48 del 1999 si dilungava sulle
proprietà della San Pellegrino.
Il titolo: "Il fresco sapore dell'acqua". Il sottotitolo: "Liscia,
gassata, effervescente naturale. E con gusti diversi. Come succede per
il vino, anche la minerale può avere diversi accostamenti con il
cibo". Il servizio si componeva di due pezzi, l'uno dedicato al
fenomeno dell'incremento del consumo delle acque minerali e
dell'abbinamento dell'acqua minerale con i diversi cibi, l'altro, dal
titolo "Pura alla sorgente. E dopo? ", relativo alla purezza delle
acque e alla loro composizione chimica. In alcuni passaggi del
testo dell'articolo è più volte citato il marchio San
Pellegrino: "Nei ristoranti non solo il cliente chiede San Pellegrino o
Perrier o Surgiva o Plose o Evian o Galvanina o Ferrarelle o San
Bernardo, ma pretende quella bottiglia blu particolare [...] I marchi
europei la fanno da padroni, anzi, sono dei veri e propri must, a
cominciare dalla San Pellegrino che domina nei ristoranti di livello,
ma anche altre acque che stanno entrando con forza, conquistando fette
di mercato [...]".
E che dire delle proprietà medicamentose al limite del
magico contenute in un articolo pubblicitario dell’acqua
Rocchetta presentata sull’inserto “Salute” del
quotidiano la Repubblica?
L'articolo, dopo aver sottolineato le qualità idratanti delle
acque minerali ("il corpo umano ha bisogno di essere costantemente
irrigato e solo con la circolazione continua di liquidi - dall'esterno
all'interno e viceversa - si può assicurare una costante
idratazione"), evidenzia alcuni effetti benefici propri dell'acqua
Rocchetta sulla pelle, in particolare si legge che: "L'acqua Rocchetta
presenta caratteristiche analoghe ad alcune acque termali di cui si
conoscono i poteri antiinfiammatori in generale e, più in
particolare, gli effetti terapeutici nei confronti di alcune affezioni
della pelle; un effetto depurativo che favorisce il lavaggio interno
dell'organismo; acqua cosmetica; acqua amica della pelle".
In questo caso addirittura, il ministero della Salute non aveva
rilasciato alcuna autorizzazione ai sensi dell'articolo 17 del Decreto
Legislativo n. 105/92 che prevede la preventiva approvazione delle
pubblicità di acque minerali "limitatamente alle menzioni
relative alla proprietà favorevoli alla salute, alle indicazioni
ed alle eventuali controindicazioni".
Molti spot giocano sull’equivoco. Una sfumatura che sfugge alla
stragrande maggioranza dei consumatori: “Le proprietà
salutari, vantate dalle acque minerali, sono altra cosa rispetto alle
proprietà terapeutiche”, spiega Vincenzo Riganti, docente
di Chimica merceologica all’Università di Pavia.
“Non è più previsto che le acque minerali naturali
siano dotate di attività terapeutica, bensì più
semplicemente di ‘proprietà favorevoli alla
salute”. Come se un’acqua da bere potesse avere
proprietà contrarie alla salute. Dunque la legge dice che
un’acqua ‘minerale naturale’ deve presentare
‘caratteristiche igieniche particolari ed, eventualmente,
proprietà favorevoli alla salute’. L’aggiunta
dell’avverbio eventualmente comporta che la distinzione con
l’acqua potabile non sia più necessariamente legata agli
effetti; ne consegue il venir meno del precedente obbligo di corredare
sempre la domanda di riconoscimento con gli elementi di valutazione
delle caratteristiche sul piano farmacologico, clinico e fisiologico.
La distinzione sostanziale che rimane nella legge è che le acque
minerali naturali devono essere pure alla sorgente e tali rimanere fino
al consumo”. Il problema è che dalla fine del 2003,
la legge permette ai produttori che dovessero superare i nuovi
parametri di trattare l’acqua con ozono per abbattere il tenore
di ferro, manganese e arsenico. Con l’inconveniente che si
può produrre un pericoloso sottoprodotto: il bromato.
Ma l’acqua imbottigliata rappresenta in ogni caso
l’immagine della purezza, una purezza più simbolica che
reale. Un‘illusione che svanisce di fronte a qualsiasi analisi
fisico-chimica che non può fare altro che certificare che
l’acqua non è solo l’unione di due molecole di
idrogeno e una di ossigeno, ma una soluzione di tutti gli
elementi presenti nella tavola periodica. Inseguendo il fascino delle
bollicine, negli Usa, si è arrivati a commercializzare
un’acqua minerale per cani, gatti, criceti e uccelli, con
un'etichetta che avverte che non è adatta al consumo umano. Bill
e Rhonda Fels, una coppia di coniugi di Lawsonville nella North
Carolina, hanno avuto l'idea di produrre e vendere PetRefresh, un'acqua
senza fluoruro e cloro che ha essenze ghiotte per gli animali come
quella di carne e pesce. Secondo i coniugi Fels, l'acqua del rubinetto
sarebbe dannosa per gli animali domestici, perché causerebbe
danni ai reni, alle vie urinarie e alle ossa. Comunque sia, l'idea di
Bill e Rhonda Fels è diventata un business: vendono acqua
per animali da quella che era una fattoria per la produzione del
tabacco a Lawsonville, al costo di 1.49 dollari per una bottiglietta di
un quarto di litro. Un'attività che va a gonfie vele: nel giro
di nove mesi, le vendite sono passate da 1.300 bottiglie al mese a
oltre 50.000. E, adesso, l'acqua minerale per animali si può
acquistare anche su Internet. Un commercio alquanto bizzarro che i Fels
stanno pensando di ampliare, lanciando un'acqua per cavalli con delle
vitamine aggiunte, dal nome simbolico EquiFresh.
Non è dato sapere se il lancio dei nuovi prodotti sia stato
accompagnato da una ricerca di mercato con interviste ai nuovi
consumatori. Ormai siamo entrati in una dimensione da cui sarà
difficile uscire e che ora coinvolge anche gli amici animali.
In queste ultime pagine ci siamo soffermati nell’analisi di
ciò che finisce in bottiglia rivelando alcuni retroscena la cui
conoscenza è utile non solo per fare acquisti più
consapevoli, ma soprattutto per capire che cosa si nasconde dietro il
florido commercio dell’acqua. A proposito, sapevate che
l’acqua che sgorga dai vostri rubinetti è quasi sempre
oligominerale, cioè con un contenuto di residuo fisso al di
sotto di 500 milligrammi/litro? Insomma, molti acquedotti forniscono
acqua minerale, ma per legge non possono definirla
“naturale”. Come dimostra
lo strano caso del Consiag (consorzio di acque potabili poi confluito
nella società Publiacqua Spa di Firenze) accusato da Mineracqua
di usurpare la denominazione “acqua minerale naturale”. La
“guerra” tra acqua di rubinetto e acqua minerale è
scoppiata tra il 1998 e il 1999, quando il Consiag ha lanciato
un’insolita e massiccia campagna pubblicitaria attraverso vistosi
cartelloni apparsi in 20 Comuni nelle Province di Firenze e Prato. Per
Mineracqua era intollerabile quella pubblicità
“suscettibile di ingenerare nel consumatore confusione tra
l’ordinaria l'acqua potabile distribuita dal Consiag e le acque
minerali naturali”. Curiosamente l’esposto
all’Autorità garante delle concorrenza e del mercato non
parte da Mineracqua ma dall'Associazione a tutela dei consumatori che
ha segnalato la presunta ingannevolezza del messaggio. Lo slogan
che aveva fatto infuriare i produttori di acqua minerale è
malizioso: "Se pensi che l'acqua di casa non sia buona, te l'hanno data
a bere". A complicare le cose c’è l'immagine in bianco e
nero di un bambino che beve seguito dalla scritta "Consiag minerale
naturale a casa tua".
Il Consiag si è difeso al meglio inviando
all’Autorità una ponderosa documentazione in cui ha
cercato di dimostrare che quel messaggio non era affatto ingannevole:
“La nostra acqua è potabile; tutti i parametri relativi
alle sostanze indesiderabili e inquinanti, come risulta dalle analisi
chimico fisiche e batteriologiche, effettuate periodicamente dalle Asl,
rientrano nei limiti di legge e in alcune fonti di approvvigionamento
(impianti di Nosa e Fontefredda) le caratteristiche sono tali da poter
loro riconoscere qualità analoghe a quelle riscontrabili nelle
acque minerali naturali, e perfino proprietà benefiche per la
salute”. Ma l’Autorità è inflessibile
nell’applicazione della legge e alla fine condanna il Consiag per
aver “usurpato” una denominazione commerciale. Nella
delibera di condanna si legge: “Dal punto di vista
logico-giuridico, è assai discutibile la legittimità di
una comparazione tra le caratteristiche chimico-fisiche delle acque
minerali naturali e quelle delle altre acque potabili destinate al
consumo umano, in quanto l'evoluzione della disciplina di settore ha
dato origine a due sistemi normativi indipendenti”.
Una sorte analoga è toccata a una campagna pubblicitaria
lanciata il 27 dicembre 2004 da Acea Spa, il gestore che distribuisce
l’acqua ai romani. Tutto era cominciato con un comunicato stampa:
“E' buona come un'acqua minerale, anche di più. E’
sicuramente meno costosa e non è carica di calcio, come vuole
una leggenda metropolitana”. Lo slogan utilizzato era: ''A Roma
l'acqua di montagna sgorga dal rubinetto: pura acqua di sorgente,
buonissima da bere”.
Con grandi manifesti ''6x3'' a sfondo giallo ocra e di formati
più piccoli affissi in città, l'azienda capitolina
quotata in Borsa intendeva
pubblicizzare il suo core business, così come si fa con un prodotto qualsiasi.
Ma quello scelto, ha spiegato alla stampa il direttore relazioni
esterne e comunicazione di Acea spa, Maurizio Sandri, ''non e' solo uno
slogan, e' la verita''. L'acqua che esce dai rubinetti dalle case dei
romani sgorga dalle sorgenti carsiche dell'Appennino centrale, quelle
del Peschiera e di Capore, sulle montagne del reatino. ''Abbiamo voluto
sfatare - ha spiegato Sandri - la leggenda metropolitana che circonda
l'acqua di Roma. Un 20-25 per cento dei romani pensa che sia troppo
pesante, cioè ricca di calcio. Nulla di più falso:
è un'acqua leggera che può essere bevuta tranquillamente.
Non solo. E’ anche più buona delle acque
minerali, talvolta sconsigliate perché troppo ricche di anidride
carbonica''. La dichiarazione di guerra era stata lanciata ai
produttori di acqua minerale che certo non potevano rimanere
impassibili. Loro che in una Guida per il consumatore distribuita con
la stampa benevola, tra i consigli utili per il consumatore, avevano
scritto: “Evita assolutamente l’impiego di ghiaccio, che da
un lato ne altera il gusto e, dall’altro, ne contamina la purezza
originaria”.
Acea annuncia pure la seconda fase della campagna di comunicazione, a
primavera, puntando su altri due aspetti non trascurabili: bere l'acqua
di
casa fa risparmiare e non bisogna sprecarla. ''Mediamente –
ha osservato Sandri - un litro di acqua minerale costa circa un euro al
litro, mentre quella che esce dal rubinetto costa una lira e mezza al
litro, circa mezzo centesimo d'euro. Va poi fatto passare il messaggio
che l'acqua non va sprecata. A Roma il consumo pro capite è in
media di 350 litri al giorno, è molto alto''. L'acqua di Roma,
fanno notare all'azienda, è costantemente monitorata dal
laboratorio Acea di Grottarossa che controlla tutta la rete idrica,
dando anche un giudizio di conformità alle norme vigenti. Nel
2004 sono stati raccolti circa 7.000 campioni, 40 al giorno, e
effettuati 250.000 controlli. ''Questa campagna - ha spiegato Sandri -
serve a comunicare
le tre attivita' strategiche di Acea, quello che si dice il core business: l'acqua, l'energia elettrica e Roma”.
Come era già accaduto nel caso del Consiag, scatta la
rappresaglia di Mineracqua che si rivolge all’Autorità
garante della concorrenza e del mercato. Sono due gli elementi che
fanno imbufalire Mineracqua: l’uso delle parole “pura acqua
di sorgente” e “acqua di montagna”. Allora,
l’aggettivo pura non lo può usare solo l’acqua
minerale (per legge). La denominazione acqua di sorgente
“è abusiva” in quanto l’acqua di sorgente
è un’altra categoria commerciale diversa dall’acqua
di rubinetto. Acea inoltre non può dire che la sua è
acqua di montagna (ricordate qualche slogan famoso
all’insegna dei superlativi?), perché le sorgenti del
Peschiera di trovano a soli 416 metri di altitudine. Sulla base di
queste argomentazioni, l’Autorità antitrust avvia la sua
istruttoria.
“Con la memoria pervenuta il 7 febbraio 2005, nell'ambito del
procedimento cautelare, Mineracqua, nel ribadire i profili di
ingannevolezza rilevati nella segnalazione, sottolinea il grave
pregiudizio economico che può derivare dalla diffusione del
messaggio, sia ai consumatori, che possono essere indotti ad attribuire
all'acqua erogata da Acea a Roma caratteristiche proprie di un'acqua
minerale, che ai produttori di acque minerali in termini di calo delle
vendite, dalla ulteriore diffusione dei messaggi in questione”.
Ed ecco la risposta di Acea: “…non è possibile
configurare posizioni concorrenti a quella di Acea, trattandosi di una
società che gestisce in posizione di monopolio il servizio
idrico nell'area corrispondente al territorio di Roma e Provincia e che
pertanto non può, per definizione, avere concorrenti. Inoltre,
Acea sottolinea di non essere presente sul mercato delle acque
minerali”.
Ma l’Autorità antitrust sembra avere le idee molto chiare:
i due prodotti sono concorrenti, “essendo l'acqua minerale
un prodotto il cui consumo può essere alternativo a quello
dell'acqua del rubinetto pubblicizzata”. Alla fine di una lunga e
complessa istruttoria, l’Autorità assume una decisione
salomonica. “Le indicazioni fornite nel messaggio non appaiono
mendaci, né tanto meno idonee a ingenerare nei consumatori falsi
convincimenti in relazione alle caratteristiche dell'acqua erogata agli
utenti di Roma, di cui si limita a sottolineare la provenienza da
sorgenti naturali, la potabilità, le apprezzabili
caratteristiche organolettiche”. Tuttavia,
l’Aurorità ritiene di sanzionare Acea perché
“il messaggio pubblicitario, con esclusivo riferimento alla
dicitura acqua di montagna, è idoneo a indurre in errore i
destinatari relativamente all'origine dell'acqua cui si riferisce
potendo, per tale motivo, pregiudicarne il comportamento
economico”.
Come abbiamo avuto modo di vedere, non è più possibile
parlare solamente di acqua, quanto piuttosto di acque, secondo criteri
più commerciali che reali. Per la legge esistono tante
“acque da bere”: acqua potabile, acqua minerale naturale e
perfino artificiale (sì, proprio così), acqua di
sorgente, acqua da tavola, acqua trattata (quella che alcuni ristoranti
propinano ai propri clienti ottenuta tramite un impianto a osmosi
inversa e poi gasata) che può costare 2,50 euro a caraffa.
Essendo l’acqua ormai essenzialmente un bene economico, ha
un valore commerciale, come altri prodotti di largo consumo. Una
risorsa che è soggetta alle regole del mercato, con le relative
guerre commerciali e i giochi della concorrenza più spietata. Ma
secondo molti non è possibile ridurre l’acqua in una merce
qualunque, anche se assume la forma di una bottiglia. L’elemento
primario della vita dovrebbe essere sottoposto a uno statuto speciale
che tenga conto della sua natura di bene comune, secondo valori
improntati alla solidarietà. Nel prossimo capitolo vedremo come
sia difficile rispondere a queste obiezioni, affrontando la questione
della privatizzazione in Italia dei servizi idrici. Senza dimenticare
che l’acqua entrando in contatto con l’uomo assume mille
facce e si impregna di mille significati. Diventa un ambito di scontro
ideologico. Può essere lo specchio delle paure e delle speranze,
della ricchezza e della povertà. Soprattutto è
denaro liquido.
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