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L'acqua
del sindaco ceduta ai privati
Gli acquedotti passano definitivamente alle società private. Con
320 voti a favore il Governo ha ottenuto la fiducia alla Camera
sul Decreto Ronchi che prevede all’art 15 la riforma dei servizi
pubblici locali. Contro il Governo hanno votato 270 deputati. L'esecutivo
difende il provvedimento, spiegando che l'acqua rimarrà comunque
un bene pubblico e non ci saranno incrementi delle tariffe. Ma l'opposizione
è sulle barricate e critica nel metodo e nel merito le nuove norme.
Va ricordato però che durante il precedente Governo Prodi, l’ex
ministro Linda Lanzillotta aveva presentato un progetto di legge
simile a quello approvato due giorni fa.
La maggioranza alla fine ha dovuto porre la fiducia per fronteggiare
l’ostilità della Lega Nord, la quale resta fredda su un testo che
rischia di penalizzare molti Comuni del Nord dove le bollette dell'acqua
non sono alle stelle. "Difenderemo il patrimonio delle ex municipalizzate
– ha assicurato in Aula il capogruppo Roberto Cota -dall'aggressività
delle grosse multinazionali estere". In questi ultimi anni,
in effetti, il processo di privatizzazione era stato avviato e molti
Comuni, soprattutto del Nord, avevano opposto una strenua difesa
delle gestioni in economia, pagando con il commissariamento ad acta.
Che cosa accadrà ora con l’obbligo di cedere fino al 70% delle
azioni delle aziende idriche entro il 2015? Associazioni di consumatori
e Forum dei movimenti per l’acqua pubblica paventano spaventosi
aumenti delle tariffe e soprattutto la perdita del diritto all’accesso.
Sul fronte delle tariffe, gli aumenti sono previsti da tempo, tanto
che il Coviri (Comitato di vigilanza sui servizi idrici) ha calcolato
un incremento di 120 euro pro capite all’anno per ogni italiano
nei prossimi vent’anni. C’è da sottolineare, in base agli stessi
dati forniti dal Covili, che gli aumenti finora sono stati maggiori
laddove il servizio è stato privatizzato. Non solo, si consuma di
più dove hanno fatto il loro ingresso le multinazionali francesi
impegnate in questo settore. Se poi aggiungiamo che l’Italia ha
le tariffe più basse in Europa (vedi grafico), con una spesa di
0.88 euro al metro cubo contro una media europea di 3,44 euro, è
facile immaginare che le bollette cresceranno e i privati potranno
beneficiare di un certo profitto.
Per questo “serve un soggetto regolatore neutro che garantisca
tariffe eque e un servizio di qualità, in altre parole che garantisca
sia i gestori sia gli utenti. Questo soggetto non dovrebbe dipendere
da nessun ministero, ma dovrebbe essere completamente autonomo come
già succede e con buoni risultati con l'Autorità dell'energia elettrica
e del gas”, commenta Roberto Bazzano, presidente di Federutility,
l’organizzazione che associa i gestori idrici pubblici e privati.
“Con la fine della gestione in house - ricorda Bazzano - i Comuni
dovranno scegliersi il socio nella gestione del servizio con una
gara, dovranno decidere se mantenere le attuali concessioni fino
al 2011 quando poi dovranno essere comunque rinnovate secondo criteri
più restrittivi. In secondo luogo - prosegue - sempre i Comuni dovranno
ridefinire il loro ruolo all'interno delle otto società a maggioranza
pubblica attualmente quotate in Borsa le quali secondo la legge
potranno mantenere le concessioni solo se entro il giugno 2013 vedranno
diminuire la quota pubblica, cioé dei Comuni, dall'attuale 51% al
40% e anche al di sotto e entro la fine del 2015 al 30% o anche
meno”.
"Se i comuni non raggiungeranno questi obiettivi - conclude
Bazzano - si perderanno le concessioni e si dovranno indire delle
gare per trovarne di nuove". Il Governo, nell'ambito dei regolamenti
attuativi della riforma dei servizi pubblici locali consideri i
casi in cui la gestione in house (e dunque con affidamento senza
gara) dei servizi pubblici sono stati virtuosi, visto che l'acqua
resta un bene pubblico e va garantito "il diritto alla universalità
e accessibilità del servizio".
E' quanto chiede la Lega in un ordine del giorno a firma del capogruppo
Roberto. Nell'ordine del giorno si sottolinea come, durante l'esame
in Senato del decreto, sia stato precisato che "il Governo
del servizio idrico integrato spetta esclusivamente alle istituzioni
pubbliche, in particolare in ordine alla qualità e al prezzo del
servizio, in conformità a quanto previsto dal Codice dell'ambiente,
e deve essere esercitato garantendo il diritto all'universalità
e accessibilità del servizio".
E si suggerisce di assumere "alcune condizioni limite che
ben rappresenterebbero l'efficienza di gestione e l'economicità
del servizio e renderebbero la gestione in house non distorsiva
della concorrenza", come ad esempio, "la chiusura dei
bilanci in utile e il reinvestimento nel servizio almeno dell'80%
degli utili per l'intera durata dell'affidamento", o "l'applicazione
di una tariffa media inferiore alla medie di settore". In questi
casi, il Carroccio "impegna il Governo" a "tener
conto di specifiche condizioni di efficienza che, soprattutto con
riferimento al settore idrico, rendono la gestione in house non
distorsiva della concorrenza e dunque comparativamente non svantaggiosa
per i cittadini rispetto a un'altra forma di gestione dei servizi
pubblici locali". Il Governo ha accolto l'ordine del giorno
della Lega al Decreto Ronchi che lo impegna a valutare l'ipotesi
di mantenere la modalità della cessione in house per i comuni virtuosi
nella gestione dell'acqua.
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