Che fine ha fatto la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua? Se ne parlò molto a proposito del referendum del 2011, che però era stato presentato in maniera ambigua. I quesiti erano due: uno sulla remunerazione del capitale investito e l’altro sulla obbligatorietà della messa a gara dei servizi idrici. Si parlò di pericolo di privatizzazione dell’acqua. Non era e non è così. L’acqua in Italia è pubblica e lo sarà per sempre, lo dicono le leggi: le acque superficiali e sotterranee sono del demanio. Lo stato può, attraverso le concessioni, affidare la gestione, e non il patrimonio in sé, a soggetti pubblici, privati o a soggetti misti. Oggi la stragrande maggioranza dei servizi idrici sono controllati dal pubblico. Solo una piccola minoranza è privata o mista.

Eppure, La Laudato sì di papa Francesco pone in maniera forte la questione della privatizzazione… Il problema si pone per i Paesi in via di sviluppo, dove per offrire un servizio idrico decente occorrono investimenti ingenti che quei Paesi non possono permettersi. Allora il servizio idrico viene affidato a multinazionali private (i gruppi maggiori sono per lo più francesi), che naturalmente devono essere pagati, o dallo Stato o dai singoli cittadini. Quindi, anche se le risorse rimangono pubbliche, per poterle utilizzare c’è bisogno del privato, che di fatto se ne appropria. La soluzione sarebbe stanziare grandi investimenti a livello internazionale per impedire ai privati di approfittarsene. Purtroppo, sono poche le esperienze in cui c’è stato uno sforzo di solidarietà internazionale. Papa Francesco denuncia proprio queste situazioni limite, che però riguardano molte persone: la mortalità per la mancanza di acqua potabile nel Sud del mondo è molto elevata.

Di Giuseppe Altamore

Giornalista e saggista italiano, direttore del mensile Benessere. La salute con l'anima

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